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Mar
21

Il capro espiatorio

andreasarubbi


Cinque anni fa, alle ultime Europee, la Lega superò il 10 per cento, facendo la spesa nel bacino elettorale del Pdl; lo stesso accadde a sinistra, con l’Italia dei valori all’8 per cento e il Pd in picchiata rispetto alle Politiche di un anno prima. Non erano voti sull’Europa: non si parlava ancora di Portogallo e di Irlanda, né di Mes e di modifiche più rigorose al Patto di stabilità; la crisi economica non mordeva ancora ai livelli attuali, né si coglieva in Bruxelles un capro espiatorio per spiegare le difficoltà di ripresa. Erano voti sull’Italia, in un momento in cui il presidente del Consiglio aveva appena iniziato la parabola discendente (il caso Noemi era scoppiato proprio all’inizio della campagna elettorale) e il principale partito di opposizione – ancora ferito dalle dimissioni di Veltroni – era guidato da un reggente (Franceschini) e contemporaneamente proiettato alla conta interna, con la candidatura annunciata di Bersani al congresso di ottobre.
Al dimagrimento dei partiti maggiori corrispose dunque una crescita di quelli medio-piccoli: aumentò in percentuale, oltre a Bossi e Di Pietro, anche Casini, che con il 6,5% toccò il punto più alto della sua storia recente. Solo la sinistra, per la tendenza cronica al suicidio, riuscì a farsi del male: quelle Europee si trasformarono in una lotta tra Ferrero e Vendola, con il primo che portò a casa una sudatissima vittoria di Pirro sul secondo (3,4% contro 3,1%) ma nessuno dei due – pur a fronte di un risultato complessivo pari a quello dell’Udc – riuscì a far eleggere un solo parlamentare. In ogni caso, si confermò un fenomeno piuttosto frequente, già visto in passato con la lista Bonino e l’Asinello: alle urne per Bruxelles, il voto utile cede sempre una discreta quota a quello in libera uscita.
Questa volta, rispetto a cinque anni fa, c’è un’ulteriore variabile da tenere in considerazione: quella degli antieuro, in testa (o quasi) nei sondaggi di mezza Europa. Antieuro è una categoria che comprende vari opposti (sull’immigrazione, ad esempio, proprio ieri la Lega ha ribadito la propria incompatibilità con i Cinquestelle), ma che attinge a un bacino comune piuttosto ampio: la maggioranza degli italiani – confermano tutti i sondaggi – è quanto meno scettica verso Bruxelles, e quelli che difendono con convinzione le attuali politiche di rigore raggiungono a stento la doppia cifra percentuale. È evidente, dunque, che le elezioni si vinceranno solo mettendo l’accento sulle critiche, promettendo cambiamenti e annunciando ai propri elettori prese di posizione non ripetibili in un Consiglio Ue, dove invece i patti sottoscritti sono ben noti.
Da qui al 2015, anno in cui avverrà la prima valutazione della Commissione sulla conformità dell’Italia alla regola del debito, ogni disinvoltura pare da escludere: dovremo infatti dimostrare di avere corretto il saldo di bilancio, e questo aggiustamento strutturale dovrà comunque garantire al resto dell’Ue che il cammino verso il benchmark del debito è quello giusto. Poi si può condire il piatto come si vuole (dicendo, ad esempio, che “non lo facciamo perché ce lo chiede la Germania, ma perché ce lo chiedono i nostri figli”), ma gli ingredienti sono quelli, e il presidente del Consiglio li conosce bene: tanto è vero che – sia nei viaggi in Europa, sia in alcuni appuntamenti pubblici in Italia – ha sempre garantito che il rispetto degli impegni non verrà messo in discussione. Quando parla ai partner europei Renzi mostra affidabilità, quando si rivolge alla platea italiana accentua l’insofferenza, ma il risultato non cambia di molto: nonostante la campagna elettorale in corso, e nonostante il prevedibile boom delle forze antieuro, il capo del governo ha una sola via da percorrere, tanto faticosa quanto impopolare. Se riuscirà a dire la verità agli italiani senza perdere voti, tanto di cappello.

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