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Lug
03

Grottesque

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C’era una volta un aspirante governatore, condannato per un abuso d’ufficio alcuni anni prima, desideroso di candidarsi alla guida della propria Regione. La condanna non era per un reato grave, ma poteva essere comunque rischiosa: sia politicamente, perché avrebbe potuto premiare le forze antisistema, sia giuridicamente, perché l’aspirante governatore condannato sarebbe stato a rischio di decadenza. Si cercò di convincerlo con le buone a desistere, ma accadde il contrario: fu lui, con la propria forza elettorale, a convincere il leader del partito a ritirare dalle primarie un candidato più gradito.
L’uomo politico condannato vinse le primarie, poi le elezioni, e a quel punto il capo del governo – ovvero il leader del partito di cui sopra – fece ciò che la legge, almeno apparentemente, gli chiedeva: lo sospese. Latitante (per non essere dichiarato decaduto) ma vigile, il neo-governatore depositò un ricorso. E un giudice gli diede ragione: il premier è stato disinvolto, spiegò, perché il suo decreto lascia una Regione senza governo; si sieda dunque al proprio posto, nomini la giunta, e poi ci penserà la Corte costituzionale a decidere per tutti. Aperta parentesi: ma non ci si poteva porre il problema prima che tutto ciò accadesse? Sì. Chiusa parentesi.
Sarebbe un bel pasticcio, se non venisse in soccorso una soluzione all’italiana. L’ha prospettata ieri il sottosegretario Del Basso De Caro, che prima di arrivare al governo era comunque un avvocato di lunghissima data, e prevede che “vi sarà un annullamento in parte qua del reato di abuso d’ufficio per eccesso di delega”: in sostanza, la Consulta potrebbe dire che il ministero della Giustizia esagerò nel decreto legislativo delegato, andando oltre lo spirito della legge delegante (la Severino, appunto, approvata dal Parlamento) e inserendoci anche alcuni titoli di reato non previsti, come appunto l’abuso d’ufficio. Se così fosse, il caso De Luca non rientrerebbe più nell’ambito della legge Severino – con buona pace di tutti: di Renzi, del Pd, del governatore stesso – ma questa, a sua volta, manterrebbe la propria efficacia. Un po’ meno contenti sarebbero i berlusconiani, che infatti in queste ore hanno annusato l’aria: il mantra, in Forza Italia, è che De Luca e Berlusconi meritino almeno pari trattamento, e che se uno potrà governare la Campania l’altro dovrebbe poter tornare in Senato.
La morale della favola, confermata da questa vicenda grottesca, è che la politica italiana oggi dipende in toto dalla Corte Costituzionale. Non tanto per l’autorevolezza dell’organismo, talvolta capace di sentenze discutibili, quanto piuttosto per la sua autorità: è tale l’intreccio fra i diversi piani che, se la Consulta non esistesse, si potrebbe andare avanti all’infinito. Quel decreto di sospensione di De Luca che sembrava una strada obbligata è divenuto, per un giudice, disinvolto; il rispetto della volontà popolare – messo in secondo piano dalla legge Severino rispetto a principi di etica pubblica – è tornato all’improvviso sacro e inviolabile; gli ambiti della sospensione stessa prevista dalla norma del 2012 non sono chiari, né lo saranno finché la Corte non si pronuncerà.
Non il Parlamento, dunque, né il governo, né gli elettori: mai come oggi si ha la sensazione che tutto (dal perimetro delle unioni civili alla legittimità del blocco degli stipendi pubblici, passando per la legge elettorale) debba restare appeso a un filo finché i giudici supremi – tra l’altro nemmeno al completo, perché ieri le Camere riunite hanno espresso per l’ennesima volta scheda bianca – non intervengano a tracciare la strada. E così, come su un piano inclinato, quello che doveva essere un freno di emergenza per fermare il treno impazzito si è via via trasformato in un campanello sull’aereo per chiamare il personale di bordo. Colpa di un Parlamento che non sa legiferare? Colpa di giudici creativi? Colpa di governi frettolosi? Le risposte sono aperte, e non è detto che una sia più giusta delle altre.

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