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Ott
05

Alibi veri e memoria corta

andreasarubbi


Difficile dar torto ad Angelino Alfano, quando ieri alla Camera ha spiegato che nessun reticolato di norme può fermare il vento della storia, perché la spinta della disperazione è più grande di ogni calcolo. E quando ha parlato di Lampedusa come di una frontiera dell’Europa, e dell’inadeguatezza del regolamento di Dublino, che carica tutto sulle spalle del primo Paese di accesso: è il vecchio discorso di Menenio Agrippa alla plebe, quello dei singoli organi che insieme fanno il corpo, che però ai burocrati di Bruxelles entra in testa a fatica. Ma richiamare con forza l’Europa alle proprie responsabilità, per quanto utile a pulirsi la coscienza, significa accontentarsi di una verità su misura.
Bisognerebbe dividere il tema in vari punti, forse troppi, e per ognuno dare una risposta diversa. Si può dire, ad esempio, che i nostri partner europei non accolgano rifugiati? Decisamente no. Anzi, nel caso del Kosovo, che in molti hanno dimenticato in fretta, non fummo certamente noi i più generosi. E di chi è la colpa, se nel 2011 facemmo morire nel Mediterraneo quasi 2 mila persone a causa di un accordo scellerato con Gheddafi, che appaltava deliberatamente alla Libia – Paese non firmatario della Convenzione di Ginevra e sede di lager per la detenzione degli immigrati – il destino di poveri disperati, puntati come un cannone verso le nostre coste? È colpa della Svezia se l’Italia non ha ancora una legge quadro sul diritto d’asilo? È colpa dell’Olanda se i nostri rappresentanti – parlamentari europei, commissari, addirittura presidenti della Commissione – non hanno mai puntato i piedi sul tema di una gestione più condivisa dell’immigrazione, come invece è accaduto regolarmente in materia economica?
Si potrebbe andare avanti ancora a lungo: l’Italia non è una povera vittima della geografia, di quella deriva dei continenti che l’ha piazzata in mezzo al Mediterraneo, ma ha responsabilità serie se in tutti questi anni non ha trovato risposte convincenti all’immigrazione, continua a trattarla come un’emergenza e soprattutto – Lampedusa ne è la fotografia: nel 2011 per l’Idv era colpa di “Maroni assassino”, oggi per la Lega è colpa di “Boldrini e Kyenge buoniste” – non resiste alla tentazione di farne un’arma di propaganda. E invece, per quanto possa sembrare retorico dirlo, è proprio sulla capacità di creare politiche condivise per l’immigrazione – cercando di superare le divisioni tra destra e sinistra, tra nord e sud – che un Paese misura la propria maturità e la propria credibilità.
Sugli sbarchi, in senso stretto, non è che ci sia molto da inventare: è tutto già scritto nella risoluzione 1820, approvata nei mesi dell’emergenza 2011 dal Consiglio d’Europa ma mai attuata davvero. C’è scritto, ad esempio, che il regolamento di Dublino va reso più flessibile, e che i Paesi più a rischio di arrivi vanno aiutati direttamente su entrambi i fronti: sia quello del controllo delle frontiere – si chiede espressamente a tutti gli Stati membri di mettere a disposizione infrastrutture, e all’Unione stessa di destinare rapidamente i fondi comuni – sia quello dell’accoglienza umanitaria, per dar vita a un unico programma europeo in collaborazione con l’Onu.
L’alternativa è quell’ognun per sé, che nel 2011 portò al patatrac: la Spagna del progressista Zapatero che sparava sui migranti; l’Italia che li respingeva e subiva l’umiliazione di una condanna dalla Corte dei diritti umani di Strasburgo; Malta che faceva finta di non vederli e, quando arrivavano, li mandava a Lampedusa; la Grecia che prima decideva di costruire un muro di 12 km e mezzo con sorveglianza radar lungo il confine turco, sul fiume Evros, e poi ci ripensava. E nel frattempo i flussi di disperati non si fermavano, né si fermano oggi. Ma c’era bisogno di un’Europa per questo?

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