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Set
19

Bersani in collegio di Ennio Simeone


ORA DI PUNTA


Forse è il caso che Bersani decida che cosa vuol fare da grande. Quando il suo più diretto e dinamico antagonista, Matteo Renzi, è sceso in campo (e in camper) tutti si aspettavano che il segretario del Pd imboccasse la strada della chiarezza e delle decisioni nette, una strada obbligata per il capo di un partito, soprattutto in un momento politico come questo. Invece lui continua a rifugiarsi nelle metafore piacentine per un improduttivo slalom tra i problemi che gli si parano davanti. Prendiamo, per esempio, quello della legge elettorale e, di conseguenza, delle alleanze da costruire su un programma di base per il futuro governo del paese. Di fronte alla domanda degli italiani di vedersi restituire il diritto di scegliere le persone da eleggere al parlamento Bersani insiste nel dire no alle preferenze e nell’attestarsi sul sistema dei collegi, dove in competizione c’è un solo candidato per ogni partito. Ciò sarebbe giusto se i partiti (o comunque il Pd) scegliessero il proprio candidato rigorosamente attraverso le primarie, nelle quali, appunto, sono gli elettori a designarlo; ma se a decidere la candidatura è il partito, diventa legittimo il sospetto che alla fine il vertice del Pd voglia conservare il sistema e il potere di nomina dei parlamentari. Ed è un sospetto che, con il discredito in cui affoga la politica e con il dilagare dell’anti-politica, può avere una enorme incidenza sull’elettorato, anche quello di sinistra. Lo ha capito bene il Pdl, che sta cavalcando furbescamente la reintroduzione del voto di preferenza, nel tentativo di far dimenticare il suo “porcellum”. E’ mai possibile che non lo capiscano i dirigenti del Pd?

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