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Set
29

caso Sallusti



Sempre nuovi particolari si aggiungono e contribuoscono a smontare il “martirio” di Sallusti e le avventate solidarietà che gli sono state espresse. Vi abbiamo già riferito dello squallore emerso dalla confessione in parlamento di Renato Farina, autore sotto pseudonino dell’articolo su “Libero” (allora diretto da Sallusti, che oggi dirige il Giornale della famiglia di Arcore) in cui si chiedeva la pena di morte •per il giudice di sorveglianza Cocilovo, per il ginecologo e per i genitori della tredicenne che aveva chiesto al giudice, e ottenuto, di abortire. Farina (che nel romanzo e nel film di Luciano De Crescenzo “Così parlò Bellavista” sarebbe stato subito soprannominato «Renato ‘o spione» per la sua “seconda attività”) ha ammesso di aver usato lo pseudonimo “Dreyfus” (ndr: perché non poteva usare il suo nome essendo stato cacciato dall’Ordine dei giornalisti dopo che si era scoperto che lavorava per i servizi segreti e fu poi collocato da Berlusoni in parlamento), anche se oggi può fare tranquillamente la sua ammissione godendo della immunità parlamentare autoaccusandosi e chiedendo la grazia per conto di Sallusti o la revisione del processo.•
Ma non basta. Sallusti ha fatto l’eroe, oltre che il martire, dicendo di rifiutare ogni alternativa al carcere (che comunque non farà) perché il giudice che lo ha fatto condannare a 14 mesi fino in Cassazione gli aveva chiesto altro denaro per ritirare la querela. Anche questo si è rivelato non vero, come non era vera la notizia che aveva pubblicato e che non aveva mai smentito. A beneficio dei nostri lettori riportiamo integralmente l’articolo pubblicato su “La Stampa” di Torino l’altro giorno con l’intervista al dottor Cocilovo. Eccolo:
“Avevo chiesto solo una rettifica, mai arrivata in 6 anni”
«Sarebbe bastata una lettera di scuse. Non a me, per carità, quanto ai lettori, per la notizia errata pubblicata dal giornale. E invece nulla, in sei anni quella lettera non è mai arrivata». Quando lo si raggiunge a casa, a Torino, il giudice Giuseppe Cocilovo non vorrebbe rilasciare dichiarazioni. Un operatore del diritto difficilmente fa commenti su una sentenza di cui non si conoscono ancora le motivazioni. Ma sulla condanna, sul carcere per un giornalista, qualche parola il giudice la spende. E sono parole di amarezza: «Non immaginavo neanch’io si sarebbe arrivati a questo punto. Si figuri, da giudice di sorveglianza non auguro ad alcuno di finire in galera». Ma poi, riflettendo, una domanda la pone lui: «Però, mi dica: cosa dovrebbe fare una persona quando è diffamata e un giornale non corregge i propri errori?».
Il fragore mediatico di questi giorni ha travolto anche lui, il giudice Cocilovo, che ritrova nella sequenza dei fatti il senso di una sentenza. «Libero pubblicò una notizia sbagliata – racconta – Lo fecero anche altri, all’epoca. Un infortunio giornalistico, lo capisco: la fretta di scrivere una notizia, le fonti non sempre affidabili, può capitare. Ma poi quello stesso giorno c’erano stati un comunicato ufficiale, lanci Ansa. Tutti gli altri hanno riparato a quell’errore, hanno informato correttamente i loro lettori. “Libero” non l’ha mai fatto, nemmeno quando l’ho richiesto. Hanno detto che quando uscivano i lanci Ansa erano in auto e non li avevano visti, e negli anni successivi?».
Ci sono due parole che ricorrono spesso durante la telefonata: «intenzionale» e «deliberata». Il giudice si riferisce alla diffamazione subita. Perché un conto è sbagliare, un altro è insistere nell’errore anche dopo.
Qualcuno ha detto che andare contro un giudice è impossibile per vie legali. La casta si chiude, fa quadrato. Cocilovo nega: «Casta? Ci sono voluti 6 anni per arrivare a una sentenza per una diffamazione. E non si trattava di un maxiprocesso per mafia. Piuttosto sono altre le caste, quelle che parlano di libertà di stampa, di tutela della categoria dei giornalisti: cosa c’entra, mi chiedo. Qui si tratta di libertà di diffamare deliberatamente».
Fino a qualche giorno fa, tra i legali del direttore Alessandro Sallusti e l’avvocato del giudice Cocilovo, sembrava si potesse arrivare a una soluzione extragiudiziale. Poi tutto è saltato. Perché? Sallusti dice perché «quel signore pretendeva da me altri soldi». La versione del giudice Cocilovo è diversa: «Abbiamo fatto una proposta transattiva: avrei ritirato la querela dietro il pagamento di 20.000 euro da devolvere a Save the Children. Invece il giorno dopo mi trovo un editoriale di Sallusti in cui sembra che io voglia quei soldi per me, si chiama a raccolta l’intera categoria nel nome della libertà di stampa, s’incassa la solidarietà del Capo dello Stato e si cerca la sponda del ministro della Giustizia. Una campagna stampa allucinante. E allora le domando: qual è la casta?».
L’episodio in sé e il dibattito che ne è scaturito non è detto che vadano a braccetto. È evidente che colpisce il fatto che un direttore di giornale possa finire dietro le sbarre perché non ha controllato la veridicità di quanto scritto da uno dei suoi cronisti, ma il giudice Cocilovo – in questo dibattito – non vuole entrare: «Non è compito di una delle parti stabilire se una norma è giusta o sbagliata. E nemmeno nella mia veste di giudice sarebbe istituzionalmente corretto. Mi limito a riaffermare, da parte in causa, che tutto questo si sarebbe potuto evitare con una semplice rettifica».
Raphael Zanotti
(La Stampa)

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