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Mag
05

C’è chi dice no

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Che ogni luna di miele prima o poi finisca è un dato di fatto: da un certo punto di vista non è nemmeno colpa di Renzi, perché a memoria d’uomo non si ricorda un presidente del Consiglio che, a quattordici mesi abbondanti dal giuramento, fosse ancora amato come il primo giorno. Sarà per questo che – insegnano i manuali di tattica governativa – i provvedimenti impopolari vanno presi il prima possibile, e tutti insieme: dopodiché ci sarà tempo per rimediare e riconquistare il favore degli elettori. L’attuale premier, invece, è partito con gli 80 euro in busta paga, per giocarsi il jolly sulle Europee, e ora si trova in un momento abbastanza delicato: le decisioni meno popolari arrivano quando l’innamoramento è entrato in quella fase pensierosa che, normalmente, precede i primi screzi. E nelle rose di Palazzo Chigi, infatti, le spine non mancano.
Per dirne una, oggi è il giorno delle manifestazioni sulla scuola. Che potranno pure essere ideologiche (governo dixit), e magari organizzate da chi non ha letto nemmeno il provvedimento (idem), ma che comunque porteranno in piazza un po’ di organizzazioni sindacali, addetti ai lavori ed enti locali. E non è poco, se si pensa quanto il mondo della scuola abbia costituito storicamente un pilastro dell’elettorato di Centrosinistra in Italia: come era già accaduto con il Jobs act, insomma, Renzi sfida critiche diffuse anche tra i militanti del Pd, e l’idea originale di farlo per decreto – trasformato in disegno di legge, si dice, per intervento del Quirinale – dimostra che lo scontro duro non gli fa perdere il sonno. Ne vincerà altri, perché i numeri sono dalla sua parte, così come ha vinto ieri quello sull’Italicum; ma non saranno mesi pacifici, nel campo della maggioranza, e il presidente del Consiglio lo sa bene.
Già, l’Italicum. Da ieri, in un certo senso, Renzi ha una pistola carica sul tavolo: è vero che la clausola di salvaguardia inserita nella legge elettorale la farà entrare in vigore solo a luglio 2016, e dunque prima di quella data difficilmente si andrà al voto, ma poi ogni momento sarà buono per chiedere a Mattarella di sciogliere le Camere, se la maggioranza parlamentare non sarà più affidabile. La pistola c’è, è visibile a tutti, e da ieri ha anche la pallottola in canna: nei momenti di tensione che dovessero sorgere, il governo non mancherà di ricordarlo.
Un campo minato è certamente quello dell’economia, dove il lavoro degli ultimi mesi e le previsioni sui prossimi sono stati praticamente spazzati via dalla sentenza della Corte costituzionale sulla legge Fornero: al di là del merito della vicenda – su cui né Renzi né Padoan hanno responsabilità dirette o indirette, perché all’epoca non sedevano nemmeno in Parlamento – è innegabile che i soldi da qualche parte dovranno saltare fuori. L’Europa ha già comunicato che non farà sconti, e in assenza di scorciatoie praticabili rimangono le solite due strade: riduzione della spesa pubblica o aumento delle tasse, o magari un po’ di una e un po’ dell’altro. In ogni caso, non è il modo più semplice per costruire consenso, né per conservarlo.
La ricetta migliore per tenere testa a tutto sarebbe una vittoria netta alle Regionali: in politica chi vince ha sempre ragione, e il premier metterebbe un bel po’ di benzina prima di andare in riserva. Ma la fatica di questo periodo sta pesando anche sul voto locale, che risente delle spaccature interne al Pd più di quanto non accada in Parlamento: in Liguria, ad esempio, le acredini post-primarie sono ancora fortissime, e la possibilità del voto disgiunto da parte di un pezzo del partito sta facendo venire i brividi a Raffaella Paita, che i sondaggi danno appena sopra al Centrodestra. E perdere la Liguria sarebbe un colpo duro, rimediabile soltanto se De Luca – come sosteneva ieri l’ultimo sondaggio di Youtrend, che raramente sbaglia – strappasse a Caldoro la Campania.
Proteste di piazza, problemi nei conti pubblici, dissenso delle minoranze interne, risultati elettorali sul filo di lana: dopo i fuochi d’artificio della luna di miele, a Palazzo Chigi è tornato l’immortale tran tran della politica.

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