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Ott
18

C’era una volta

andreasarubbi


Che la situazione in Scelta civica fosse irrecuperabile si è capito ieri all’ora di pranzo, quando il deputato catanese Andrea Vecchio, di area montezemoliana, ha fatto saltare la nomina del suo capogruppo Lorenzo Dellai, di area popolare, a presidente della Commissione Antimafia. Era l’ennesima tappa di una guerra interna che serpeggiava ormai da mesi, che gli eventi delle ultimissime ore – come la cacciata del senatore Luigi Marino, troppo filogovernativo per Monti e invitato espressamente ieri mattina a lasciare il gruppo per entrare nell’Udc – avevano fatto precipitare e che il documento degli undici senatori legati al ministro Mauro ha concluso una volta per tutte con una pietra tombale sul progetto.
Non sono soltanto i senatori firmatari, ma anche una discreta parte dei deputati, a prendere le distanze dal Professore. Che non ha avuto nemmeno bisogno di leggere il documento, peraltro piuttosto blando, per capire che si trattasse di una “mozione di sfiducia” nei suoi confronti. E per questo si è dimesso, lasciando al proprio destino una creatura nata con molte speranze, rimasta in piedi dopo una campagna elettorale condotta al limite dell’autolesionismo e mai davvero sbocciata come avrebbe potuto.
I meno montiani di Scelta civica avevano sempre rimproverato all’ex presidente del Consiglio di parlare troppo a ruota libera, dettando la linea senza mai aver consultato il resto del partito; di pensare più alla propria sistemazione europea che al futuro del progetto; di avere scelto i ministri (Moavero, Dassù, Cancellieri, Mauro) praticamente da solo, dando qualche contentino alle varie anime (Italia Futura, Udc, la stessa Comunità di Sant’Egidio) per non averle contro. Nelle ultime settimane, poi, gli hanno pure contestato di non aver compreso l’occasione, costituita dalla vittoria della Merkel in Germania e dall’alzata di testa delle colombe berlusconiane, per ricostruire un centrodestra “credibile e popolare”.
Ma un centrodestra “credibile e popolare”, in realtà, non è mai stato il progetto del Professore, che altrimenti – come del resto ha detto al Senato nell’ultima dichiarazione di fiducia al governo Letta – avrebbe accettato l’offerta berlusconiana di guidare la coalizione dei cosiddetti moderati alle scorse Politiche. Monti si è sempre visto, invece, come un collante tra una parte del Pd e una del Pdl, tra Letta ed Alfano, sperando di giocare un ruolo fondamentale anche in futuro. Invece sono accadute due cose: da un lato, Letta e Alfano si sono trovati dalla stessa parte senza aver bisogno di nessun ponte tra le due sponde; dall’altro, la tanto auspicata faglia nel Pd non sembra all’ordine del giorno nemmeno con la vittoria di Renzi, che nella corsa al congresso difende il bipolarismo e guarda a sinistra.
Era forse inevitabile, insomma, che prima o poi i nodi venissero al pettine. La rottura con l’Udc si era consumata ormai da tempo – alcuni deputati parlano già alla Camera a nome della “componente Udc all’interno del gruppo Scelta civica” – e ha visto momenti di ulteriore tensione proprio in questi giorni, con i distinguo dei liberal (lo stesso Monti, Ichino e Lanzillotta) dal decreto D’Alia sulla pubblica amministrazione, per i cedimenti sull’assorbimento dei precari. Da parte sua, sembra spaccata anche l’ala di Italia futura, divisa tra chi in Europa pensa all’alleanza con il Partito Popolare (Merloni, lo stesso Montezemolo) e chi invece sogna strade alternative (Susta, Andrea Romano). In mezzo, alcuni cattolici piuttosto spaesati: tollerati in questi mesi da una parte di Scelta civica, non vorrebbero finire ora tra le braccia di Berlusconi, né si sentono di Centrodestra, ma non hanno la forza di mettere in piedi un progetto alternativo.

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