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Gen
10

Da Cincinnato a Ghino di Tacco di Stefano Clerici


ORA DI PUNTA


Quando, poco più di un anno fa, a Mario Monti venne affidato l’incarico di formare un nuovo governo che portasse l’Italia fuori dal baratro in cui Berlusconi e il berlusconismo l’avevano precipitata, molti paragonarono la figura del professore tanto amato e stimato in Europa (e per l’occasione nominato senatore a vita) a quella di Cincinnato. Vale a dire il generale in pensione che cinque secoli prima di Cristo venne chiamato a furor di popolo al comando dell’esercito per salvare Roma assediata dagli Equi. “Spes unica imperii populi romani”, scrisse Tito Livio: ultima speranza dell’autorità del popolo romano.
Questo, Mario Monti, è stato per tredici mesi. Solo che poi, a differenza di Cincinnato, il quale dopo aver celebrato il trionfo se ne tornò ad arare i suoi campi alle porte della Città Eterna, il Professore ha deciso di partecipare in prima persona alle imminenti elezioni politiche. E le elezioni politiche non sono le Olimpiadi. Checché ne dica il barone Pierre De Coubertin, fondatore del moderni Giochi Olimpici, qui l’importante non è partecipare, ma vincere. E, per di più, vincere dovendo seguire le regole del Porcellum, dettate dal leghista Roberto Calderoli, il quale, per stile, etica e cultura, sta al barone De Coubertin come il diavolo all’acqua santa.
Ma c’è un altro obiettivo possibile per chi decide oggi di scendere (o salire, fate voi) in campo: quello magari di non vincere ma comunque di impedire che qualcun altro vinca. Ed è proprio ciò che gli osservatori più maligni pensano oggi alla luce delle ultime mosse di Mario Monti.
Esempio lampante: la cooptazione istantanea, quasi fulminante, di Luigi Albertini al Senato e per la poltrona di governatore della Lombardia. Monti, in qualità di sponsor dell’ex sindaco di Milano, ha preso il posto nientemeno che di Roberto Formigoni, il quale, in conflitto permanente con la coerenza, aveva prima lanciato la candidatura Albertini in contrapposizione con quella del segretario leghista Roberto Maroni e poi, appena Berlusconi ha annunciato l’accordo con la Lega (che prevede appunto Maroni governatore) ha fatto marcia indietro (in cambio di una poltrona in Parlamento). Per la proprietà transitiva, Monti è andato a fare il tappabuchi di Formigoni. Che non è certo un bel biglietto da visita per chi si scaglia contro il presunto conservatorismo altrui, mentre sembra coltivare invece quello in casa propria (sia pure appena presa in affitto da Casini & C: non sappiamo quanto a sua insaputa).
Altro indizio: la storia dell’Imu. Ce lo ricordiamo tutti quando Monti, attaccato a testa bassa dal redivivo Cavaliere, diceva in tv che se un presidente del consiglio avesse deciso oggi di togliere l’Imu il suo successore – non dopo cinque, ma dopo appena un anno – avrebbe dovuto rimetterla raddoppiata. E ora Monti se n’esce dicendo che l’Imu si può correggere? Ora che l’Unione Europea – tanto cara a noi tutti, Monti e montiani in primis – ci fa sapere che sarebbe il caso di renderla più progressiva e più equa?
Allora, vincere o non far vincere? La mossa sulla Lombardia di Monti è tale che da far sì che Bersani non riesca a vincere. Stesso rischio in Piemonte e in Veneto. E il Porcellum, con i suoi premi elettorali distribuiti su base regionale, può alla fine determinare un “pareggio” al Senato. Che per il Pd significherebbe vittoria dimezzata.
Ed ecco che allora, al posto di Cincinnato, si fa avanti Ghino di Tacco…

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