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Ott
05

Dalla rete si legge Facebook di Enrico Mentana


Si fa una gran confusione tra quel che succede in Catalogna e i prossimi referendum del 22 ottobre in Lombardia e Veneto. Su questi ultimi credo – al di là degli interessi contingenti delle forze politiche – che sarebbe utile per il paese una vittoria del sì. Avrebbe un valore non vincolante, ma significativo. Non porterebbe le due regioni fuori dall’Italia neanche per un millimetro, ma farebbero aprire con decisione il dibattito sulla differenza, non più giustificata, tra regioni ordinarie e regioni a statuto speciale. Perché sulle stesse rive del lago di Garda i cittadini di Desanzano e quelli di Riva hanno condizioni diverse, e più vantaggiose i secondi solo in quanto trentini? Perché sotto la Marmolada gli albergatori di Arabba, veneti, devono essere svantaggiati rispetto a quelli di Canazei, trentini, o Corvara, altoatesini? Perché in Sicilia ci sono 22mila forestali, più di quanti non ce ne siano in tutto il resto d’Italia (peraltro ora riassorbiti nei ranghi dei carabinieri)? Perché ritorna nelle regioni a statuto speciale il 90% del gettito fiscale versato allo stato, molto più che nelle altre regioni? Potrei andare avanti a lungo, ma il concetto è chiaro: condizioni storiche e convenienze politiche portarono la neonata repubblica italiana a concedere statuti speciali a valdostani, sudtirolesi, trentini, friulani, giuliani, sardi e siciliani. Ora tutto questo semplicemente non ha senso, e crea più sperequazioni di quante non ne sani. O tutte le regioni virtuose, cioè in equilibrio con i conti, hanno diritto allo stesso trattamento di quelle a statuto speciale, o diventa intollerabile che alcune regioni possano crescere a scapito delle altre.

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