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Set
04

Dei papponi dei 600 o più euri… un vecchio articolo !


Che pacchia la mia vita da onorevole di ROBERTO POLETTI, ANDREA SCAGLIA
Prendete un conduttore televisivo, trentacinque anni, già una lunga esperienza in giornali e tivù locali. Diventato famoso per le sue trasmissioni orgogliosamente nazionalpopolari, seguitissime dalle tanto corteggiate “sciure Maria” di Lombardia e non solo. Uno di quelli che, per dirla in politichese, può eventualmente contare su un discreto “bacino di voti”, la sua faccia è nota, le persone si fidano. Poi prendete delle imminenti elezioni, con i partiti alla disperata ricerca del “volto nuovo”, magari proveniente dalla “società civile”, in modo da poter sbandierare una riverniciata che sembri appena appena credibile. Uniteci una buona dose di ambizione del conduttore-giornalista, che visti i trascorsi conosce i politici per filo e per segno, in studio li ha incontrati decine di volte. E c’è chi tra una chiacchiera e l’altra gliel’ha anche buttata lì, «ma perché non ci provi anche tu?». Ci provi a far cosa? «A fare politica. Saresti perfetto». E allora lui ci crede, comincia a fantasticare, «mi darei da fare per cambiare questo e quello». Nelle sue trasmissioni ha spesso messo alla berlina vizi e stravizi del Palazzo, e l’idea di entrarci da “corsaro” lo alletta non poco. E insomma, alla fine sì, si butta. Entra a far parte della Casta. Giusto così, per vedere l’effetto che fa.
E dunque, eccomi qui: sono Roberto Poletti, parlamentare pentito. Ricordo il periodo in cui riflettevo sulla mia possibile “discesa in campo” (perché tutti i candidati, all’inizio, si sentono un po’ Berlusconi, o un po’ D’Alema, se si preferisce). Era l’inizio del 2006: la legislatura del Cavaliere era alla fine, l’ascesa di Prodi pareva inarrestabile, e in pochi davano ascolto ai sondaggi di Silvio, «guardate che il centrodestra ha recuperato, li abbiamo ripresi, siamo in testa!». In effetti, la mia passata esperienza alla Padania mi aveva appiccicato addosso l’eti chetta di leghista. Non che la cosa mi offendesse, ma i rapporti col Carroccio si erano raffreddati nel tempo. E poi c’era questo feeling con i Verdi, conoscevo bene alcuni di loro, stima reciproca con il capogruppo in Regione Lombardia, si può dire che il segretario nazionale Pecoraro Scanio fosse un amico. «I Verdi? E perché no?». Certo, mai mi ero occupato dei problemi della foresta amazzonica, né mi sentivo particolarmente competente su effetto-serra e dintorni. Tutt’altro. Ma nelle mie trasmissioni avevo sempre spinto sulla necessità di fare un po’ di pulizia in Parlamento. Ecco: “l’ecologia della politica” mi sembrava uno slogan attuale, vincente. Senza contare che, molto meno idealmente e facendo due conti, quello dei Verdi era il partito che più degli altri mi garantiva la possibilità di essere eletto. Sapevo che uno dei candidati in Lombardia avrebbe rinunciato allo scranno romano per rimanere in Regione. E dunque, la legge elettorale mi avrebbe permesso di subentrare. Ma sì, vada per i Verdi. E poi, una volta dentro, potrei fare il cane sciolto. Gli faccio vedere io, gli faccio. L’INCONTRO COL SEGRETARIO I colloqui con i vertici del partito scivolano via senza troppi problemi. D’altronde, porto con me un bagaglio mica male, visti gli ascolti – record, per delle televisioni locali – dei miei programmi. Sul mio disinteresse per l’ambientalismo militante, nessun problema: quando puoi garantire qualche crocetta in più sulle schede elettorali, un accordo si trova. L’incontro decisivo con Pecoraro Scanio avviene al Jolly Hotel di Milano, gennaio 2006. «Visto che sei giornalista, ti potresti occupare dell’informa zione» mi dice. «E poi ti piazziamo in una commissione parlamentare di quelle giuste». Diamo un’occhiata alle liste: io sarei stato il numero 6 dei collegi Lombardia 1 e Lombardia 2. I primi tre in lista, Pecoraro compreso, si sarebbero presentati in tutta Italia, e dopo il voto avrebbero scelto altre località di elezione. Degli altri due che avevo davanti, già si sapeva che uno, Monguzzi, avrebbe rinunciato per restare alla Regione Lombardia. E valutando i sondaggi, era pressoché sicuro che io e l’altro rimasto saremmo stati eletti, uno nel collegio Lombardia 1, l’altro nel Lombardia 2. Dunque, affare fatto, si parte. Obiettivo: la Camera dei Deputati. In effetti, quello della campagna elettorale è un periodo faticoso. Controlla i manifesti, prepara gli spot, vai al dibattito te- levisivo. Anche Sgarbi mi appoggia, allora io e la scrittrice africana Aminata Fofana, anche lei candidata, gli chiediamo un appello elettorale. Lui dice che sì, si può fare. Vado a casa sua a Roma con un operatore, lui si è svegliato tardi, è ancora in vestaglia semiaperta, e comunque registriamo lo spot, ma mandarlo in onda non si può: si vede “tutto”. Intanto il noto manager Lele Mora offre i “suoi” personaggi al partito, ma decidiamo di utilizzare solo il famoso Costantino, lo accompagno a Roma e facciamo un appello contro gli Ogm. Alto livello.
CAMPAGNA ELETTORALE Operazioni d’immagine a parte, imposto la campagna sulla difesa degli anziani e sulla moralizzazione della vita pubblica, i temi che avevano fatto la mia fortuna in televisione, uno dei miei slogan è “Aria pulita in Parlamento” . Mi faccio tutti i mercati rionali, il pubblico mi riconosce e si divide. Qualcuno mi rinfaccia di essermi venduto ai comunisti, «da te non me l’aspettavo» , altri mi sostengono, «sei una brava persona e ti voto» . In ogni caso, è forse l’unico momento in cui ti sembra di avere un contatto reale con gli elettori: li incontri, ci parli. Ti illudi di aver fatto la scelta giusta, sogni un futuro da Martin Luther King, ti immagini di arringare l’Aula gremita, «…ho fatto un sogno…» . Ma la realtà è molto più prosaica, i primi schiaffoni arrivano da quelli che dovrebbero essere dalla tua parte: i compagni di partito. Nel mio caso, tal Fiorello Cortiana. In sostanza, i vertici dei Verdi avevano deciso di sacrificare la sua candidatura – due legislature da senatore, si era già fatto per offrirla a me. Sul suo blog telematico cominciano a uscire commenti non proprio gentili nei miei confronti, si ironizza sul mio passato in Padania e, soprattutto, sui miei programmi televisivi, evidentemente non abbastanza chic. Lo stesso Cortiana, parlando di me al Corriere della Sera e a Repubblica, se ne esce con frasi tipo «un conto è fare tivù popolare, un altro è darsi al populismo, io vengo da un’altra cultura politica, sono l’unico verde pubblicato su Le Monde, giro tra la Biennale di Venezia e i summit nel Kerala», e ancora «lui va in onda con la sciura Maria e fuori dalla Lombardia non lo conosce nessuno». A parte che proprio in Lombardia ero candidato, e dunque non mi sembrava così squalifican-te essere conosciuto sul territorio, mi infastidiva il riferimento alla “sciura Maria”, quasi fosse un demerito poter contare sull’affetto della gente semplice. Quindi rispondo, ribadendo l’orgoglio per le mie trasmissioni “tutte vecchiette e porchetta”. Chiusa lì? Macché. Mi chiama Pecoraro Scanio, arrabbiatissimo: «Ma sei matto?» Io: «Matto? E perché?» «Ma dài, quel riferimento alla porchetta…». «La porchetta?». «Sì, hai detto che sei orgoglioso della tua tv alla porchetta». «E allora?». «Come e allora ? Qui ci giochiamo i voti dei vegetariani, ti rendi conto? Non dire più una cosa del genere!». Da allora, niente più porchetta. E comunque, dopo la vittoria del centrosinistra del 10 aprile, ci saremmo trovati nella sede della Federazione dei Verdi, a Roma, per una chat post elettorale di ringraziamento. E avremmo festeggiato la vittoria di Prodi e del centrosinistra, e dunque anche nostra, a forza di cubetti di mortadella. Ma lì i vegetariani non vedevano. E poi, chissà, forse quella mortadella era un segno premonitore. Comunque, tenere bene a mente: porchetta no, mortadella sì. In realtà, io risultavo essere il primo dei non eletti. Ma i propositi di rinuncia di Monguzzi non erano in discussione, lui è uomo di parola. Quindi mi organizzo e prendo casa a Roma, in piazza Navona, me l’affitta un collega giornalista. Monguzzi vuole partecipare da deputato all’elezione del Presidente della Repubblica, poi si sarebbe fatto da parte. E così succede: Napolitano diventa Capo dello Stato, io divento deputato.
INGRESSO A MONTECITORIO Il mio esordio in Parlamento non è che me lo ricordi perfettamente. È il 6 giugno 2006, un martedì: mi sveglio emozionato, resto tutto il giorno in uno stato semi-onirico. Mi ero comprato un vestito per l’occa sione, duemila euro spesi da Canali, volevo fare bella figura. Arrivo in piazza Montecitorio, varco il portone. Ed entro in quello che mi sembra un altro mondo. I grandi corridoi, i soffitti a volta, i tappeti, ogni poltrona che t’immagini essere un pezzo di storia. Lo sfarzo. Vado subito nell’enorme salone Transatlantico, quello così famoso, dove tutti s’incontrano nelle pause delle sedute: i commessi e gli impiegati che camminano velocemente, i parlamentari che passeggiano, ecco Bertinotti, ti giri e vedi D’Alema. Faccio capannello con gli altri neo eletti, scherzo con un altro novello, Maurizio Bernardo, lui è di Forza Italia, ci chiamiamo “onorevole” per sentire come suona, «Allora, onorevole Bernardo…», «Eh, caro onorevole Poletti…», poi scoppiamo a ridere. Percorriamo il “corridoio dei Presidenti”, una galleria in cui sono affissi i ritratti di tutti i presidenti della Camera, e ci scopriamo un po’ intimoriti, sono persone che hanno fatto l’Italia. Poi vediamo il quadro con la Pivetti e ci tranquillizziamo. Finalmente entro in aula, cerco il mio posto, eccolo, mi siedo. Sì, sono commosso, altro che storie. C’è un’ “informativa urgente del governo sul grave attentato subito da una pattuglia del contingente militare italiano a Nassiriya”. E io sono qui. A un certo punto Bertinotti, che della Camera è presidente, declama che «il deputato Carlo Monguzzi, eletto consigliere regionale, ha comunicato, con lettera inviata alla Presidenza, di voler rassegnare le dimissioni dalla carica di deputato». Ecco, tocca a me. E infatti si passa alla proclamazione dei deputati subentranti. Al posto di Bertinotti c’è ora il vicepresidente Leoni, ma va bene lo stesso. È lui che pronuncia il mio nome: «…e proclama quindi deputati Mauro Betta, Giovanni Cuperlo, Stefano Pedica, Roberto Poletti …». Adesso è vero, sono ufficialmente onorevole, l’ “Onorevole Roberto Poletti” : vi rendete conto? Trema Parlamento, che adesso ti aggiusto io!
PRIMO VOTO IN COMMISSIONE Ma la giornata non è finita. Conclusa la seduta in Aula, un altro onorevole mi prende per un braccio e mi accompagna al piano di sopra. Lì si trova la sala in cui si riunisce la Commissione cultura, scienza e istruzione e io, aderente al gruppo parlamentare dei Verdi, ne faccio parte, senza che nessuno mi abbia chiesto se mi sta bene o meno, ma questo è un dettaglio. “Commissione cultura, scienza e istruzione” : e dici poco? Come inizio non è mica male. Siamo in 46, c’è da eleggere il presidente. «Ricordati: Folena…». Come? «Folena, si vota Folena, quello di Rifondazione». In effetti, mi avevano già consegnato un foglio con i nomi di tutti quelli che andavano votati, presidenti e vicepresidenti e segretari di Commissione, il mio primo compito è dunque quello di copiare l’indicazione ricevuta. Vabbè, sono appena entrato, mica posso pretendere di fare subito di testa mia. E dunque, che Folena sia. Come avevo detto? Che il Parlamento adesso lo aggiusto io? Sì, magari da domani. Guardo e riguardo il tesserino e mi sento un re. L’ho appena ritirato: copertina rigida, bordeaux, con stampigliata la scritta “Camera dei deputati”, somiglia un po’ a quello dei giornalisti, l’altra casta cui appartengo. Certo, il fotografo ufficiale di Montecitorio non è che abbia fatto un capolavoro, ma in effetti sono io che non vengo granché bene, e poi non mi riconosco, mi sembra quasi d’essere mascherato. Vabbè, chissenefrega, mi consolo con la medaglietta d’oro da deputato, c’è su scritto il mio nome, mi dicono che la cita anche Pirandello, controllo ed è vero, “…Brancolino brancicava con le dita irrequiete la medaglietta da deputato appesa alla catena dell’orologio…” . Io la tengo nel portafogli. Passeggio per il Transatlantico ostentando nonchalance , anche se ancora non mi sono abituato. Vedo un drappello di cronisti parlamentari che taccuini alla mano accerchiano non so chi, passo oltre. Poi noto tre colleghi deputati che sembra stiano giocando a figurine, uno lo conosco, mi avvicino. «E questa ce l’hai?». «Sì, certo». «E quest’altra?» «Ma no, non vale più, l’hanno abolita». «Eh, ma io la uso ancora…». Guardo meglio, e non sono figurine, ma tessere. Tesserine tipo le carte di credito, necessarie per godere di questo beneficio o quell’esenzione. Ascolto, cerco di capire, mi faccio spiegare. C’è poco da fare il moralista: questa è la dotazione dell’onorevole, “alla fine sono strumenti di lavoro”. Mi vengono in mente le mie trasmissioni contro i privilegi dei politici, ma affronto la mia coscienza con decisione, “oh, è un mio diritto, io sono qui per fare l’interesse della gente, è giusto che possa disporre di queste cose, e poi in questo modo non siamo ricattabili, giusto?”. E insomma, passa neanche un minuto e la coscienza è già diventata complice. Sentirmi in colpa? Giusto un filo, ma mi hanno detto che poi passa.
LE TESSERINE DEI MIRACOLI Comunque, comincio il giro. Prima tessera da ritirare, è quella con cui si vota in Aula. Fondamentale, dunque. Ma mica solo per questo. Serve anche per mangiare e bere al ristorante di Montecitorio o al più informale self-service oppure alla buvette, il mitico bistrot extra-lusso dai prezzi che nemmeno in una trattoria di ultima. Il conto te lo scalano dallo stipendio, ma non si rischia certo di andare in rovina: grazie allo speciale trattamento riservato a noi deputati, con 10 euro si mangia eccome, anche se il costo reale per le casse statali è di circa 90 euro a pranzo. Che vuoi che sia, d’altronde sono un Verde: l’alimentazione prima di tutto, i soldi vengono dopo. Ma attenzione a non dimenticare la card da qualche parte, che poi qualcuno dei colleghi te la usa per mangiare e bere a sbafo, salvo poi scusarsi – “ah, ma allora questa è tua?” – quando lo scopri. Esagerazione? Sarà, ma a me è capitato. La tesserina in questione serve anche per l’aereo gratis. Basta esibirla in qualunque biglietteria per fissare il volo senza sborsare un centesimo, altrimenti vai direttamente all’agenzia di viaggi interna al Parlamento, che è anche più comodo. A proposito di aeroporti, la Sea, società che gestisce quelli milanesi di Linate e Malpensa, provvede direttamente a inviarmi la tessera che permette di parcheggiare l’auto negli spazi riservati, “parcheggio vip A di Linate e parcheggio Vip dei terminal 1 e 2 di Malpensa”. Naturalmente anche il treno è gratis, ma lì basta il documento da parlamentare. Meglio, così non spreco un altro spazio nel portafogli. E comunque, sulle onorevoli trasferte ci torneremo. E l’autostrada? Per quella devo farmi dare un altro documento, il tesserino Aiscat: arrivi al casello, lo sventoli in faccia all’addetto – o lo inserisci nella fessura apposita tipo bancomat, che è anche meno imbarazzante – e d’in canto la sbarra si alza. Volendo, puoi richiedere anche un Telepass, quel piccolo marchingegno che permette di oltrepassare le barriere autostradali senza nemmeno fermarsi: il bello è che puoi installarlo sull’automobile che vuoi, anche quella della nonna. In realtà, è un servizio a pagamento, ma poi te lo rimborsano. A me non serve.
AUTO BLU E PARTITE GRATIS Per quanto riguarda la circolazione in città e insomma, questo traffico è diventato insopportabile, non vorrete mica che il nostro lavoro di parlamentari sia intralciato da file interminabili, no? -, per circolare in città, dicevo, possiamo naturalmente utilizzare le corsie preferenziali, a Roma e a Milano. Nella Capitale c’è anche stata un po’ di polemica, perché i permessi per entrare in centro, nella Zona a Traffico Limitato (la ZTL), sono stati ridotti. E c’è chi si è arrabbiato. L’onorevole Riccardo Pedrizzi, per esempio, che ha inviato a tutti i parlamentari una lettera su carta intestata “Camera dei deputati – Commissione finanze”, in cui s’invitava a sottoscrivere una protesta poiché «le nuove disposizioni penalizzano oltremisura tutti i parlamentari che vedono condizionati i loro movimenti». E perché? Perché un tempo ciascun deputato o senatore poteva estendere il proprio permesso ad altre due targhe, cosa adesso non più possibile. «È evidente che non vogliamo sottrarci all’obbli go di introdurre nel centro storico non più di una singola auto per volta, ma solo avere la possibilità di utilizzare a seconda delle esigenze l’auto di cui si dispone». Ben detto. «E la tessera Coni?». La tessera Coni? E a che cosa mi serve? «Per andare gratis alla partita». A parte che il calcio non m’interessa, ma non era stato cancellato, quel meccanismo? «Ma no, che con quella allo stadio ci entri sempre. E anche alle altre manifestazioni sportive». E allora va bene: faccio richiesta della tessera Coni, che subito mi arriva. C’è da dire che san Montecitorio si premura di accompagnarci dentro la vita parlamentare, nel cuore dello Stato, evitandoci qualunque preoccupazione. Privilegi? Ma no, è per poterci concentrare solo sul miglioramento della vita dei cittadini. Quella rottura di scatole che è la dichiarazione dei redditi, per esempio: niente commercialista né conseguente par- cella. “Caro collega – mi scrivono i deputati questori – abbiamo il piacere di informarti che anche quest’anno è stato organizzato un servizio di assistenza fiscale”. In teoria trattasi di “consulenza”, in pratica il modulo me lo compilano loro. E devo anche sbrigarmi, perché fra pochi giorni scade il termine. Metti poi che non ti senti bene, e scusate se è poco onorevole, ma qui mi tocco. In ogni caso, nessun problema: c’è la Card Medital, che garantisce un servizio medico d’urgenza “24 ore su 24, 365 giorni l’anno, ovunque si trovi nel territorio in cui è operativa la struttura Medital”, basta chiamare il numero verde 800.65.25.85. Struttura privata, che fa parte della Europ Assistance Italia spa. Dunque paga lo Stato, cioè i cittadini, e ne usufruiamo noi deputati (speriamo il meno possibile). Ma un parlamentare moderno, un politico al passo coi tempi, dove va se non è capace di usare il computer? Pronti: ecco il corso d’in formatica, gratuito. E le lingue? Per quelle ci sono le lezioni private e individuali. Con insegnante madrelingua, a qualunque orario e in qualunque luogo, anche a casa. Manco a dirlo, paga lo Stato. Si può scegliere l’idioma che si preferisce: inglese, francese, tedesco, ma anche russo e giapponese. Sì, giapponese. È quello che ho scelto io, già sapevo che ci sarei andato in missione parlamentare. E poi, l’Oriente è sempre stato la mia passione. Dunque, contatto la bravissima Asako Ishihara, che m’insegna i rudimenti per comprendere che cosa si dice a Tokyo e dintorni. In realtà un anno e mezzo dopo la mia elezione, viste le inchieste giornalistiche e l’incazzatura montante dell’opinione pubblica, viene recapitata una circolare dall’ufficio di presidenza. In sostanza, si dice che “occorre dare un segno, d’ora in poi almeno i corsi di lingua ce li dobbiamo pagare”. Quanto? Otto euro all’ora, quando ai comuni mortali una lezione individuale costa almeno il quadruplo. Comunque, per incanto, i parlamentari aspiranti multilingue quasi scompaiono. Perché poliglotti va bene, ma soltanto se è gratis.
IL DEPUTATO PAGA MENO Un’altra cosa che subito mi dà la misura del nuovo mondo in cui sono entrato è quel sottobosco di negozi e aziende, romane ma non solo, che s’incuneano nella posta elettronica per offrire sconti e facilitazioni e promozioni. Ho appena attivato la mia nuova e-mail da deputato, che cominciano ad arrivare avvisi a decine. C’è la sartoria che si offre di confezionarti l’abito su misura con lo sconto del 40 per cento, l’ottico che su occhiali da vista e lenti a contatto ha pensato per il “gent.mo onorevole” a una riduzione di prezzo del 30 per cento, l’ Associazione parlamentare amici delle nuove tecnologie presieduta dal sempre impegnatissimo Franco Grillini che “appronta una convenzione con l’azienda leader nella produzione di palmari e cellulari” e garantisce uno sconto del 10 per cento, la casa automobilistica straniera che “comunica di poter praticare particolari condizioni per l’acquisto di autoveicoli nuovi presso la rete dei concessionari”. Per i libri, 20 per cento in meno su ogni titolo, fino al 30 per cento sui tomi universitari, che così l’onorevole spende meno anche per far studiare il figliolo. Potrei continuare per pagine e pagine, ma ci siamo capiti. Telefono a un amico, gli racconto i miei primi giorni da deputato. «Eh, Roberto – mi prende in giro -, vedrai che a forza di star seduto alla Camera e con tutti ‘sti benefit, ti verrà una pancia grande così». Ma va, rispondo, io ci tengo, alla forma fisica. A parte che, per ritemprarsi nelle pause di quello che al di là di tutto prevedo essere un lavoro comunque duro e frenetico, c’è anche una sauna, proprio sotto l’Aula, neanche tanto grande ma ben attrezzata. E poi ci sono le mille attività organizzate dal Circolo Montecitorio, quello di via Campi Sportivi, poco lontano dal Foro Italico. «È un po’ il nostro dopolavoro – spiego al mio amico – ma non immaginarti un circolo da ferrovieri. È un club elegante, roba di lusso». C’è il campo da calcetto, quello da golf, palestra, piscina, basket, tennis. Poi ristorante e club-house. Certo, l’ambiente può apparire un po’ retrò: oltre ai deputati in carica, per cui l’iscrizione è gratis, è frequentatissimo dagli ex, che pagano una quota di ben 24 euro al mese. A volte qualcuno esagera, come quel compleanno di non so chi, con gli amici – «esterni all’amministra zione di Montecitorio» , si scusa per lettera il festeggiato – che gli fanno trovare una lap-dancer, una di quelle ballerine che in genere si esibiscono dimenandosi intorno a un palo, e questa allieta i cento invitati con uno strip da mozzare il fiato. «SEGUIRÀ BUFFET» Ma queste sono goliardate. Il Circolo, in realtà, è necessario al benessere psicofisico di noi deputati, e anche dei senatori. E le iniziative più interessanti ci vengono comunicate con circolari distribuite brevi manu proprio agli “Ill.mi Senatori e Deputati” . Come il corso di Pilates, sistema di allenamento che migliora la fluidità dei movimenti e anche il “coordinamento fisico e mentale”, che quando c’è da votare altroché se è importante. E questa cos’è? Ah sì, questa è interessante. «Caro collega – mi scrive l’onorevole Pierluigi Mantini anche in vista dei Campionati Europei Parlamentari di Tennis, che si terranno in Romania, è opportuno riprendere un programma di incontri e di allenamenti, per i quali sono disponibili i maestri presso il Circolo Montecitorio. Sembra anche utile programmare un torneo che consenta di valutare i nuovi parlamentari (ehi, sta parlando di me!…) al fine di allestire al meglio le squadre. Per discutere su questi temi, si terrà una riunione presso gli impianti sportivi del Circolo, a cui abbiamo il piacere di invitarTi. Seguirà buffet». Naturalmente. (1 – continua. L’inchiesta prosegue domani con la puntata dedicata ai “lavori” di Commissione parlamentare, all’incontro con Romano Prodi, agli uffici dei deputati e alle incredibili “dotazioni” riservate agli onorevoli)
Non era mai successo che un politico, un deputato, raccontasse la verità sugli scandalosi privilegi riservati ai mille inquilini del Palazzo. Sarà stato il pudore, sarà stato il desiderio di non dare pubblicità al trattamento di cui godono e di cui vogliono continuare a beneficiare, gli onorevoli se n’erano sempre guardati dal rivelare ciò che effettivamente sono: prìncipi con poca nobiltà e tanti quattrini in tasca. Quattrini non meritati dato il nulla prodotto dai legislatori e dato il loro disinteresse per qualsiasi problema dei cittadini. Roberto Poletti, giornalista e conduttore televisivo di successo, eletto deputato nelle liste dei Verdi di Pecoraro Scanio nel 2006, dopo un biennio da peone durante il quale ha vissuto la noia delle aule e ha costatato l’inutilità del proprio ruolo, ha deciso di raccontare tutto in questa inchiesta senza precedenti. E lo ha fatto (con l’aiuto di Andrea Scaglia) non con il livore dello spretato, di colui che disgustato abbandona la Casta e ci sputa sopra, ma col disincanto e la levità del grande giornalista e lo scrupolo del cronista di razza. Nei due anni in cui ha frequentato il “tempio della democrazia” (si fa per dire), Roberto ha osservato e annotato quanto gli accadeva intorno e ha riversato gli appunti su queste pagine. Ne è venuto fuori un quadro per certi versi desolante e per altri divertente, ammesso possa divertire la realtà delle nostre Camere ridotte a un mercatino dove ciascuno arraffa e se ne infischia del proprio mandato. Poletti e Scaglia descrivono non soltanto la bella vita, la vita bella del deputato che, dopo aver vinto le elezioni si accorge di aver vinto al superenalotto, ma anche gli stanchi riti dell’assemblea dispersivi di ogni sostanza e rispettosi del formalismo più vacuo. La principale preoccupazione (e occupazione) dell’onorevole consiste nell’usufruire di qualsiasi benefit concesso a quelli del suo rango. Davanti alle infinite opportunità offerte alla gentile clientela di Montecitorio, le categorie destra e sinistra vanno a farsi benedire, lasciando il posto all’unanimità. Progressisti e conservatori o moderati, o come li volete definire, litigano su tutto tranne che sulla spartizione. Lascio al lettore il piacere e la rabbia di scoprire a quale livello sia sceso il barbonesco mondo dei poltronisti professionali. Lo incoraggio appena fornendogli un’anticipazione: lo stipendio del povero rappresentante del popolo ammonta a oltre 20 mila euro il mese, ovviamente netti. Per cinque giorni da oggi, Poletti e Scaglia vi “mostreranno il mostro” cui è affidato il nostro destino di italiani. Il mostro reagirà soprattutto contro Poletti che verrà accusato di essere un pentito o, peggio, un traditore mentre era, ed è rimasto, soltanto un giornalista. Ecco perché ai privilegi ha preferito il mestiere. Chi lo toccasse, farebbe i conti con noi.
LA SCHEDA


IL PERSONAGGIO Giornalista professionista classe 1971, Roberto Poletti è uno dei conduttori tv più conosciuti e seguiti dal pubblico del Nord Italia. Nelle sue trasmissioni dallo stile graffiante e irriverente, dà voce al pubblico e lo mette direttamente a confronto con i politici. Attualmente lavora a Telelombardia: proprio qui, nel 1997, aveva mosso i primi passi nel mondo della tivù. Tante e diverse le esperienze professionali: tra le più significative, L’Indipendente di Vittorio Feltri, la direzione di Radio Padania, l’inviato a Radio 24, programmi di grande successo nelle emittenti televisive 7 Gold e Antenna 3. Nella primavera 2006 l’elezione come indipendente nel partito dei Verdi alla Camera dei Deputati. L’INCHIESTA In questa inchiesta scritta con il giornalista di Libero Andrea Scaglia, Poletti racconta in prima persona la sua esperienza da deputato, le assurdità cui si è trovato davanti, i benefìci di cui ha goduto. In questa prima puntata, parla della campagna elettorale e dei tanti “tesserini” di cui gli onorevoli dispongono per poi accedere ai più incredibili privilegi. Nei prossimi giorni, il seguito di questa “com media parlamentare”: dagli uffici alle discussioni inutili, stipendi e viaggi di Stato e rapporti coi giornalisti, ripicche e pettegolezzi di Montecitorio, oltre ai suoi incontri con i”pezzi grossi” della politica italiana.

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