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Feb
23

Disintegrazione

andreasarubbi


Con il Renzi uno scompare il ministero dell’Integrazione: due ministri in poco più di due anni, molti spunti per la polemica leghista, meno risultati di quanti gli stessi ministri avrebbero probabilmente desiderato. Qualcosa di buono è venuto fuori sia con Andrea Riccardi che con Cécile Kyenge – soprattutto sul fronte della burocrazia e della vita quotidiana, che non fa mai notizia – ma complessivamente si è mancato l’obiettivo principale: quello, a me particolarmente caro, di adeguare la legge sulla cittadinanza all’Italia di oggi, soprattutto per i minori. Non che il ministero non ci abbia provato, sia nel governo Monti che nel governo Letta; ma in entrambi i casi ha scontato due peccati originali.
Il primo è che l’Integrazione nasce come un vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro: già dal suo concepimento al Quirinale, quando venne fuori come ministero per l’Integrazione e la Cooperazione internazionale, si capì che avrebbe dovuto lottare per le deleghe. Un pezzo era al Viminale, un altro pezzo alla Farnesina. Al Viminale Riccardi riuscì a togliere qualcosa, anche perché l’immigrazione non è mai stata tra le preoccupazioni principali del ministro Cancellieri; alla Farnesina Terzi fece muro sulla Cooperazione, e si andò avanti con l’equivoco fino alla fine. Con Letta la Cooperazione è tornata agli Esteri ed è rimasta l’Integrazione, più un wishful thinking che un ministero vero e proprio. Di chi è la cittadinanza, ad esempio? Del Viminale. Di chi sono i flussi? Del Viminale. E gli investimenti per un piano nazionale di insegnamento della lingua italiana, tanto per dirne una? Be’, l’Integrazione deve mettersi in fila e bussare a varie porte, che spesso trova chiuse.
L’altro peccato originale di questo ministero è che, nella sua (finora) breve storia, ha dovuto confrontarsi sempre con maggioranze eterogenee sul piano politico: con Monti c’era un governo di unità nazionale, con Letta le larghe (poi un po’ ristrette) intese. In entrambi i casi, nessuno era disposto a sacrificare la stabilità del governo sull’altare della cittadinanza, argomento finora molto più propagandistico e divisivo di quanto dovrebbe essere in realtà: altrove – mi vengono sempre in mente gli Usa, ma i casi sono numerosi – le grandi riforme sull’immigrazione sono approvate con maggioranze bipartisan, come è giusto che sia quando si discute dell’identità di una nazione, e la cittadinanza – pur nella legittima dialettica di posizioni non sempre sovrapponibili – viene trattata con la delicatezza e l’attenzione che si deve alle grandi questioni nazionali. Da noi no: così Riccardi è andato rapidamente a sbattere contro il Pdl (che non voleva regalare voti alla Lega alle imminenti Politiche) e Kyenge su questo fronte non ha guadagnato nemmeno mezzo metro di campo, finendo immediatamente nel bersaglio della Lega.
E qui veniamo a un errore di fondo, che spero verrà cambiato in fretta. Perché la Lega si è potuta permettere di massacrare Kyenge in quel modo, con quella propaganda becera e caricaturale e con quegli ammiccamenti razzistoidi? Perché ha risposto alla propaganda con la propaganda. Ha capito, cioè, che la nomina di Cécile era stata innanzitutto un atto mediatico, e mediaticamente ha risposto. Ecco, questa è una cosa che – se fossi io premier – non farei mai: certamente chiamerei qualche nuovo italiano nel governo, ma non lo ghettizzerei in un ministero apposito. A Kyenge, medico in gamba, avrei dato al limite la Sanità, non l’Integrazione; perché l’integrazione vera (parola che tra l’altro non mi entusiasma, ma che usiamo per comodità) è quella che si realizza tutti i giorni in Italia, lontano dai Palazzi e dalle telecamere, dove gli immigrati rappresentano una percentuale ormai non trascurabile della nostra forza lavoro, ad ogni livello. Sono finiti i tempi in cui trovavi gli immigrati solo nei lavori che riguardavano immigrati stessi (prima accoglienza, mediazione culturale, e così via): sarebbe bene che fosse così anche nel governo.
Detto questo, il governo Renzi non avrà un ministro dell’Integrazione ma i problemi resteranno sul tavolo. Il mio augurio è che se ne tenga conto, nella distribuzione delle deleghe al Viminale: non vorrei che avere tolto il ministro significasse anche avere messo in un cassetto la vita, i sogni e i progetti concreti di un pezzo d’Italia che – come nel proverbio – cresce in silenzio come una foresta ma poi fa rumore solo se cade un albero.

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