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Gen
06

Epifania – Pensierino di Falbalà

falbala


Il cielo di questa Epifania è un grande palcoscenico pallido e celeste, limpido e punteggiato di sbuffi di fumo dai comignoli, serpentelli arricciati che si levano dai bordi di un quadro immaginario. Esistono due anime osservatrici della città: quella che vive ed aleggia poco sopra il terreno, e quella che sorveglia ed abbraccia il brulichio urbano dall’alto. Ho sempre amato la mia finestra sui tetti: un punto di fuga verso lo spazio blu che da qui appare infinito, un mare sospeso in cui ogni cosa è possibile, ove cercare solitudine dal caos e riparo dall’intensità contorta del quotidiano; ed una sorta di trampolino sul mondo, con l’orizzonte che sembra un po’ curvo, le montagne che si levano a contenere lo sguardo, i suoni che appaiono voci di una città fantasma che vive molti metri più sotto, suoni che sono per me le ombre di un grande caos organizzato. Ascoltare i suoni in assenza della loro materia è come entrare nel cuore di una creatura pulsante: ogni suono è la vibrazione di un frammento di vita che si sposta, agisce, parla, produce, si emoziona. I suoni della città sono un’orchestra dodecafonica che non tace mai e si ricompone nella mia mente come una suggestione armoniosa: è come osservare l’ombra del mondo attraverso la sua voce e scorgerne la segreta bellezza.

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