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Nov
25

Fantasmi

andreasarubbi


“Dario, Pierluigi, davvero siete così intrisi delle vecchie posizioni da non capire che qualcuno vuole correre solo per le sue idee?”. Era il 16 ottobre di quattro anni fa, e negli studi di Youdem si svolgeva il confronto televisivo tra i candidati all’ultimo congresso Pd prima di quello attuale. Da allora è cambiato parecchio: la tv del partito non trasmette più su satellite (per i tagli al finanziamento pubblico) e ha cambiato direttore, Bersani ha vinto due primarie (2009 e 2012) ma pareggiato le elezioni, Marino ne ha vinta una (2013, per Roma) e poi è stato eletto sindaco, Franceschini è diventato prima capogruppo alla Camera e quindi ministro, il Pd ha avuto un segretario e poi un reggente, la presidente si è dimessa, diversi esponenti (Rutelli in testa) hanno cambiato partito, il tesoriere della Margherita è finito in carcere, il neosindaco di Firenze si è imposto nel panorama nazionale, il gruppo parlamentare è stato rivoluzionato per due terzi dalle primariette di dicembre e dagli aggiustamenti del listino bloccato.
Da quel congresso del 2009 sono caduti due governi (Berlusconi, Monti), uno non è mai nato (quello di Bersani), e il Pd (che all’epoca reagiva con sdegno all’ipotesi di un accordo con Berlusconi, perché “non c’è spazio per il dialogo con chi calpesta continuamente le regole e attacca sempre le istituzioni”) ha partecipato due volte alle larghe intese: una volta entrandoci dalla finestra dell’opposizione, un’altra dalla porta principale di chi ha più il candidato premier e il pacchetto di maggioranza relativa nelle due Camere. Non è cambiato il presidente della Repubblica, nonostante la fine del settennato, e nemmeno la legge elettorale, nonostante le promesse dell’epoca (“Non è possibile che un italiano scelga il segretario del PD e non il proprio parlamentare”), i comitati ristretti, i saggi e gli scioperi della fame.
Sono cambiati gli iscritti, che si sono ridimensionati parecchio: nel 2009 votarono 466 mila su 827 mila aventi diritto, ora hanno votato meno di 300 mila su un numero di tessere a tutt’oggi imprecisato. E questo calo è destinato a riflettersi anche nella partecipazione al voto dell’8 dicembre, che difficilmente raggiungerà i 3 milioni e 102 mila del 25 ottobre di quattro anni fa. Quello che non si abbassa mai, invece, è il tasso di conflittualità interna: quella frase di Marino contro Franceschini e Bersani, attaccati perché già dirigenti di spicco di Margherita e Ds, nel confronto del 2009 sembrò molto polemica e oggi passerebbe inosservata, visti gli attacchi in crescendo di questi giorni tra i vari candidati.
Come accade spesso in casi del genere, quando c’è una competizione a tre, i due più forti cercano di polarizzare il confronto, tagliando fuori il terzo: se Civati, che deve rimontare, li chiama in ballo entrambi, Renzi e Cuperlo concentrano la propria comunicazione politica l’uno sull’altro, o – meglio ancora – su quell’immagine caricaturale dell’altro che può colpire di più l’opinione pubblica e i possibili votanti ai gazebo. E così, anziché tra candidati, sta venendo fuori un confronto tra fantasmi: quello di D’Alema (che pure non si tira indietro, tra programmi tv e candidature in Puglia), considerato dai renziani il Mangiafuoco di Cuperlo, e quello di Berlusconi, del quale Renzi – parola di Cuperlo stesso – costituirebbe una sorta di continuità.
Può sembrare semplice dialettica congressuale, e invece non lo è: la presenza dei fantasmi costituisce infatti un problema enorme nel castello del Pd, forse addirittura il suo limite più grande in questi 7 anni di vita. Quel progetto politico che doveva fondere tradizioni diverse e metterle insieme, mutuandone il meglio e rompendo alcuni schemi classici della sinistra, è ancora lì a interrogarsi quale sia l’eredità meno peggiore da raccogliere, nella storia degli ultimi vent’anni. È ancora lì, con la testa al passato, come se non ci fossero un presente e soprattutto un futuro.

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