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Set
24

Fermi tutti

andreasarubbi


Giovedì mattina, ore 11.20, Camera dei deputati: si devono votare gli emendamenti alla legge sull’omofobia – alcuni tirano il testo da una parte, alcuni dall’altra – e il governo è invitato a dare i pareri. La risposta del viceministro Cecilia Guerra, che ha ereditato da Josefa Idem la delega alle Pari opportunità, è sincera e disarmante: “Avremmo voluto che si arrivasse a una valutazione ampiamente condivisa, ma siccome ciò non è accaduto ci rimettiamo all’Aula”. Nelle 9 ore successive quell’Aula diventa un campo di battaglia, anche tra pezzi della stessa maggioranza, e il governo è più disarmato della Croce rossa: può solo assistere alla lotta tra Pd e Pdl, dai banchi sotto alla presidenza, sperando che gli alleati non si facciano troppo male.
Il risultato è quello che conosciamo: il testo licenziato da Montecitorio ha i voti di Pd e Scelta civica, l’astensione di SEL e ufficialmente il voto contrario del Pdl, che in realtà conta parecchi assenti ma che comunque promette battaglia. Innanzitutto, spiega il capogruppo in Commissione Giustizia, questa legge “sarà buona solo per gli archivi della Camera”, perché in Senato un pezzo della maggioranza le renderà la vita impossibile; inoltre, aggiunge con tono aspro, “dalla prossima settimana il nostro atteggiamento cambierà”. È un messaggio chiaro a Partito democratico e Scelta civica: nei sottilissimi equilibri di questa fase politica non c’è spazio per provvedimenti non condivisi dalle tre forze principali; l’idea di maggioranze geometricamente variabili a seconda dei casi – sempre ammesso che abbia una consistenza numerica, tutta da verificare – serve solo a riempire qualche colonna di giornale o qualche pagina di blog, perché nei fatti non esiste. O tutti insieme, dice il Pdl, o nulla. E lo stesso dirà probabilmente il Pd quando arriverà nell’Aula del Senato la responsabilità disciplinare dei magistrati, votata in Commissione da Pdl, Lega e Scelta civica.
Se non c’è spazio per maggioranze variabili, allora, va tolta subito di mezzo una buona fetta di argomenti: impossibili i temi etici, difficili le riforme organiche dell’immigrazione (come quella della cittadinanza ai bambini nati e cresciuti in Italia), complicatissime anche le decisioni sui capitoli di spesa da tagliare. E via a seguire, fino naturalmente a quel capitolo giustizia che finora ha sempre diviso Pd e Pdl e che Berlusconi potrebbe utilizzare al momento opportuno, insieme al capitolo tasse, come scusa per far cadere il governo. Restano alcuni provvedimenti concreti, soprattutto in campo economico, che però dovranno essere firmati con il sangue a Palazzo Chigi dopo aver trovato insieme le coperture: questo Parlamento, infatti, pare molto più propenso a evidenziare le differenze che non a cercare i punti in comune.
Le Camere vivranno dunque altri mesi di decreti blindati, su quei pochi punti su cui si riuscirà a trovare un’intesa, e forse neppure le notevoli capacità di mediazione di Letta potranno evitare che la stabilità si trasformi in immobilismo. Paradossalmente, proprio in queste ore, da Palazzo Chigi viene lanciato l’ambizioso programma Destinazione Italia, che – se attuato davvero, in tutti i suoi aspetti – sarebbe davvero in grado di cambiare faccia al Paese: per ora, invece, è una magnifica dichiarazione d’intenti che fa quasi tenerezza, per lo stridore fra la meta ambiziosa e il sentiero strettissimo su cui si cammina. Bastino solo due numeri: la legge sull’omofobia è stata approvata con 228 voti favorevoli (e 236 assenti) su 630. Se non è ancora tornata l’epoca dei governi di minoranza e degli appoggi esterni, insomma, poco ci manca.

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