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Lug
27

Fratelli d’Italia


annanewlogo062013
Era tanto tempo fa. Oggi, tornando a casa per le strade silenziose e bagnate di una domenica qualsiasi a Roma, me lo sono ricordato. Era tanto tempo fa e l’istituto Luce aveva da poco completato il restauro del capolavoro di Rossellini, Roma città Aperta. Per l’occasione, il Comune aveva organizzato una visione speciale: cinema per strada. Roma città aperta veniva trasmesso in unica serata al quartiere Prenestino, nella stessa strada dove la Magnani cade sotto i colpi di un nazista mentre grida “Francesco! Francesco!”.
Gli organizzatori avevano avvertito di portarsi le sedie, perché non sarebbero state fornite dal Comune. Eravamo sì e no 200 in quella strada e il film lo avevamo già visto tutti, ma era come una prima volta in ogni caso. C’erano gli abitanti del quartiere, orgogliosi, e gente venuta da fuori come noi, con i cuscini seduti sui marciapiedi. Di fronte a me la classica nonna romana, di quelle non borghesi ma di periferia, o meglio, de core. Vestito fiorato per l’occasione e ventaglio. La serata era afosa e umida. Era l’8 settembre.
Si era portata le sedie da casa per tutta la famiglia, ma non quelle pieghevoli, quelle del tavolo della sala da pranzo, vecchie e solide quanto lei. Una masnada di nipoti caciaroni, bimbe di tutte le età e le altezze con le trecce e bambini col pallone. Intuisco che abita in uno dei palazzi della strada, probabilmente ha sempre abitato qui. E mi viene una gran voglia di chiederle se ha visto cadere la Magnani e quante volte è dovuta cadere prima di morire, prima di quella scena straziante ed eterna. Ma mi trattengo.
“Cesare, Cesareeeee!” tuona la matrona “Quant’è vero che so’ tu nonna, se nun te stai bbono te pisto come l’uva!”. L’incredibile potere icastico della minaccia ebbe immediatamente un effetto sedativo su Cesare, che smise all’istante di tirare calci al pallone cercando di centrare la gente seduta per terra. “Viè qua, bello de nonna, vai in braccio a nonno va”, disse con la voce improvvisamente burrosa la matrona. “Ettepareva”, bofonchiò un uomo smilzo seduto accanto a lei con la sigaretta accesa. E’ matematico, a Roma le coppie borghesi sono con una lei alta, magra e tinta e con un lui tozzo e grassottello, ma in periferisa la musica è completamente diversa. “Viè qua, Cesare, viè da nonno”.
Il film non lo racconto, perché l’avete visto tutti. Ma l’atmosfera di quella sera nei miei ricordi resta come qualcosa di profondamente magico. La gente in silenzio seguiva le scene in bianco e nero sul grande schermo alla fine della strada, su cui si intravedeva l’ombra di un pino altissimo, ma non dava fastidio. Nessuno fiatava, nessun commento. Solo il rumore dei ventagli delle donne che agitavano l’aria. Un senso di profonda commozione e di dignità ci accomunava tutti, ma c’era anche dell’altro. Sulla scena finale, quando Aldo Fabrizi reclina il capo morto, in quella che è stata la sua unica interpretazione drammatica, così irripetibile, così magnificamente potente, all’unisono ci alziamo.
Non ce l’ha detto nessuno, ma lo facciamo tutti. Un applauso scrosciante, senza fine, mentre sullo schermo si vede il Cupolone e la periferia di Roma, accomunati sotto lo stesso cielo. Un applauso all’unisono e tante lacrime, da parte di tutti. I bambini sono ammutoliti e guardano i grandi prendendogli la mano. Poi, all’improvviso, un uomo sull’ottantina si mette la mano sul cuore e comincia a cantare.
“Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta….”. Tutti gli vanno dietro. Tutti mettiamo la mano sul cuore, mentre scorrono i titoli di coda. E’ la prima volta che sento cantare l’inno nazionale senza vedere alla televisione 11 maglie azzurre che stanno per iniziare a giocare una partita di calcio. E’ la prima volta che sento un cuore gigantesco battere così intensamente.
“Cesare, annonna, canta, canta bello, co’ tutta la voce che c’hai, canta Cesare, canta”. E Cesare canta anche se non sa le parole, anche se è stonato, si unisce al coro di duecento persone che non si conoscono, che non si rivedranno più, ma che quella notte sono una cosa sola. Quella notte Roma era una città aperta.
Oggi, guardando Roma all’alba, mi chiedevo dove sono finiti quei duecento in quella strada della Prenestina. Ci sono ancora? Ci siamo ancora? E Cesare adesso dov’è, cosa fa? Mi sono ricordata che è per questo motivo che alla fine non ho mai lasciato l’Italia. Forse un giorno me ne andrò, ma allora vorrà dire che avrò scordato quella sera. Perché al di là dello scempio e degli uomini miseri e patetici che ci governano, privi di qualsiasi dignità, gli Italiani che erano in quella strada lontana anni luce ci sono ancora.
“Fratelli d’Italia”, senza divisioni tra rossi e neri. Senza Lega, senza sapere cos’è lospread. Gli Italiani per i quali la Escort era ancora un’automobile della Ford. Gli Italiani, i Romani de core, quelli che non mollano e non si arrendono mai e danno carezze dolci ai bambini prima di dormire, raccontandogli che andrà tutto bene e che la vita è bella. Tutta quella gente c’è ancora e siamo maggioranza. Dobbiamo ricordarcelo ogni giorno, sempre.

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