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Ago
13

Il braccio di ferro di Moisè Asta


ORA DI PUNTA


Ma si può giocare a litigarello, in questo Paese che, invece, chiede rigore, democrazia, equità, onestà, confronti serrati ma aperti e leali? Ora è il turno del dramma tarantino dell’Ilva a determinare la disparità di vedute tra il gip Anna Patrizia Todisco, che vuole “congelare” lo stabilimento, e, sull’altro fronte, il governo di Mario Monticostretto a spedire nella città dei due mari ben tre ministri a rendersi conto della situazione prima di affrontare in concreto la vicenda.
Appare ben legittimo pensare che ci si trovi dinanzi ad una delle solite diatribe nostrane, sovente escogitate per mascherare meglio le nefandezze dei politici del passato o per sopperure alle carenze del presente. E con il vento che spira, nel cuore di una crisi che galoppa e distrugge, il Belpaese non ha certo bisogno di questo.
C’è in gioco la vita di un’intera città, di una paziente popolazione che si barcamena tra la lotta per la giusta tutela della salute collettiva e la voglia di far salve le risorse che consentono ai tarantini di vivere, pur se legate al funzionamento di acciaierie poco salubri. Non si può, perciò stesso, continuare a fare raffronti di tesi insistendo su posizioni disparate ed antitetiche. Il problema è grande e grave ed andrebbe affrontato in maniera del tutto diversa: con un tavolo di confronto alla ricerca immediata di una soluzione onnicomprensiva dei rimedi più appropriati alla prevedibile pluralità di problemi che ne sortiranno.
Altro che dispute e contrasti. C’è bisogno di pervenire all’univoca esigenza di superare la “crisi Ilva” nel migliore dei modi possibili, sulla base di un’auspicabile responsabile, tregua. Nel nome della razionalità.

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