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Mag
04

Il Cencelli alla torinese di Ennio Simeone


ORA DI PUNTA


I bene informati raccontano (e noi ve ne abbiamo riferito sommariamente) delle faticosissime trattative che si sono svolte per raggiungere una intesa sulla composizione del governo delle “larghe intese”: prima quando è stata stilata la lista dei 21 ministri, poi quando si è passati a compilare quella dei 10 viceministri e dei 30 sottosegretari. Soprattutto per questo secondo pacchetto di nomine Enrico Letta ha dovuto fare un vero e proprio blitz convocando ad horas il Consiglio dei ministri per costringerlo ad evitare rinvii e a decidere, ponendo fine al tira e molla. Motivo di tante difficoltà l’applicazione di quello che nella prima repubblica fu ribattezzato il “manuale Cencelli”, cioè quella specie di vademecum del dosaggio dei posti tra i vari partiti delle coalizioni di allora e le varie correnti di ciascun partito. Ma allora la sinistra ne rimase sempre estranea perché tenuta all’opposizione.
Stavolta anche il Pd, anzi soprattutto il Pd, è stato coinvolto a causa della divisione che si è creata tra le varie “anime” che lo compongono: lettiani, renziani, dalemiani, bersaniani, e così via elencando. Ma quando pareva che tutte le caselle fossero a posto arriva da Torino la notizia che il segretario regionale, Morgando, si è dimesso per protesta, imitato dalla segretaria provinciale. Motivo: non c’è nessun piemontese del Pd nel governo. Che il “manuale Cencelli” dovesse soddisfare, oltre l’equa distribuzione tra partiti e correnti, anche l’equa distribuzione geografica non si era immaginato. Ma ora sappiamo anche questo: che abbiamo un governo, oltre che delle “larghe intese”, anche delle “larghe pretese”.

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