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Ott
21

Il coro degli indignati di Ennio Simeone


ORA DI PUNTA


Che per il 19 ottobre fosse fissata la riunione della terza sezione della Corte d’appello di Milano per ricalcolare la durata della interdizione di Silvio Berlusconi dai pubblici uffici lo si sapeva fin dal giorno in cui la Cassazione aveva emesso la sentenza che confermava definitivamente la sua condanna a 4 anni di reclusione per frode fiscale, chiedendo però di ridurre a un periodo compreso tra 1 e 3 anni la pena accessoria di 5 anni che gli era sta comminata erroneamente nei primi due gradi di giudizio. Tutto assolutamente ovvio e normale, no?
No! Anzi, una nuova occasione per la consueta sequela di scandalizzate dichiarazioni dei berluscones d’ogni grado e fedeltà. Motivo: la giustizia è stata… “troppo veloce” con il Cavaliere. Troppo veloce? Ma se sono dodici anni che questa causa si trascina grazie ai cavilli, ai rinvii, alle eccezioni, ai più diversi pretesti sollevati nel tentativo di farla finire, come altre dell’Illustre Imputato, sotto la spugna salvifica della prescrizione per decorrenza dei termini! Ma non sono i berluscones propugnatori di una riforma che acceleri i tempi scandalosamente lenti della giustizia? Hanno cambiato idea?
E poi c’è un altro argomento a supporto della loro indignazione e delle barricate contro la “persecuzione” del loro capo. Lo esprimono con una frase standard, ossessivamente e infantilmente ripetuta appena hanno un microfono a portata di bocca: “Non si può cacciare dalla politica un uomo votato da dieci milioni di italiani”. Non si vergognano di offendere la loro stessa intelligenza, oltre a quella degli italiani. A parte il dettaglio che i voti sono un paio di milioni in meno, inferiori anche a quelli del comico della “vaffa”, ma la popolarità non può cancellare i reati; semmai ne aggrava la pericolosità sociale. Ed è proprio con questo spirito che fu scritta e approvata all’unanimità in parlamento la legge Severino: impedire che vengano eletti (e se eletti farli decadere) coloro che hanno subìto condanne superiori a 2 anni. Ecco perché anche l’argomento della incostituzionale “retroattività” di quella legge è una baggianata, di cui riteniamo siano ben consapevoli persino quel ristretto nucleo di “autorevoli giuristi” che hanno generosamente espresso il loro diverso parere “pro veritate”. Che si può ben tradurre “pro Berlusconi”.

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