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Lug
25

Il giallo kazako e il coraggio della verità di Ennio Simeone



Sarebbe il caso che sul “giallo kazako” gli esponenti delle nostre istituzioni si assegnassero una pausa di riflessione e, soprattutto, un periodo di prudente silenzio in attesa che tutta la verità venga a galla. Ovvero: in attesa che siano in grado di far venire a galla tutta la verità, senza la preoccupazione che questa possa smentire i risvolti politici che alla vicenda sono stati attribuiti e continuano ad essere attribuiti dall’una e dall’altra parte. Cioè, per essere più espliciti, senza preoccuparsi se questa verità possa alla fine assolvere definitivamente il ministro Alfano o definitvamente bollarlo di insipienza o di connivenze.
Infatti i particolari che di giorno in giorno emergono sulla figura del signor Ablyazov (e di riflesso su quella di sua moglie) lo fanno apparire sempre meno come un eroe della dissidenza politica anti-regime e sempre più come un ex manager pubblico di quel paese (una volta facente parte del cosiddetto “impero sovietico”) e uomo d’affari, per di più implicato in un opaco collegamento con alcuni dei più importanti istituti bancari italiani e protagonista di comportamenti – come la fuga dall’Inghilterra, che lo ospitava come rifugiato politico dotato delle adeguate protezioni – che inducono a più d’un sospetto.
E allora si cerchi di capire e di far capire bene come stanno le cose, quali possono essere anche i motivi dei comportamenti delle autorità e della diplomazia del Kazakistan, e alla fine si dica se e dove siano stati commessi errori od omissioni, se vi siano responsabilità politiche e, in tal caso, di chi sono. E se dobbiamo indossare i panni dei salvatori della signora Shalabayeva o se abbiamo il diritto di non accollarcene noi il compito. Ma continuare a strumentalizzare l’intricata faccenda per polemiche caserecce sarebbe davvero squallido, con tutti i problemi che assillano la nostra vita quotidiana. E’ una raccomandazione che vale anche per i nostri mezzi di comunicazione.

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