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Nov
11

Il gioco delle tre carte

andreasarubbi


La sensazione che si ripete ogni anno, al momento dell’approvazione del bilancio della Camera, è quella del gioco delle tre carte: i deputati devono approvarlo o respingerlo in blocco, senza il diritto di proporre emendamenti; possono solo presentare ordini del giorno che invitano i questori a valutare l’opportunità di alcune modifiche, ma poi non hanno più voce in capitolo; non sono autorizzati toccare temi che vadano in contrasto con il regolamento vigente, dunque è assai frequente che gli ordini del giorno più spinosi vengano dichiarati inammissibili; gli altri, quelli che vengono accolti, restano nella maggior parte dei casi disattesi, per essere poi riproposti l’anno successivo.
Cambiano le legislature, cambia la composizione del Parlamento, cambiano i presidenti, ma i problemi rimangono gli stessi. E le modifiche – che pure Laura Boldrini ha rivendicato – non vanno mai a toccare alcuni nodi cruciali: si finisce per discutere del menù del self service, si taglia sulla carta per le fotocopie, ma l’approvazione del bilancio non si trasforma mai in quell’appuntamento annuale di autocoscienza e autoriforma che dovrebbe rappresentare. Gli speech del presidente, inappuntabili sul piano formale, diventano argini strettissimi entro i quali convogliare la discussione; e il fatto che a scriverli siano quegli stessi funzionari di cui non si può discutere costituisce, se non altro, un esempio di conflitto di interessi piuttosto imbarazzante.
L’esempio palese è un ordine del giorno presentato dai Cinquestelle sulla figura del segretario generale della Camera. Quello attuale è in carica da 14 anni: del resto, una modifica del 2002 al regolamento ha cancellato ogni limite temporale al mandato, contrariamente a quanto accade per il governatore della Banca d’Italia (6 anni, rinnovabile una sola volta) e in genere per tutti gli incarichi apicali. Non è tanto una questione di stipendio – peraltro rivalutato ogni due anni – ma di terzietà: la durata limitata nel tempo, come suggerito dai grillini, toglierebbe ogni tentazione di rinnovo a vita e quindi abbasserebbe il rischio di commistioni fra amministrazione e politica nella gestione della Camera stessa. Come prevedibile, l’odg è stato dichiarato inammissibile, perché in contrasto con il regolamento vigente: a parole, tutti favorevoli a cambiare le regole; in pratica, si è perso il conto delle legislature in cui la riforma del regolamento è stata annunciata in pompa magna e mai affrontata davvero.
Sono molti, comunque, i temi rimasti sul tavolo dopo il voto di questa settimana. C’è l’annosa questione dei collaboratori parlamentari, che avrebbe una soluzione comoda e a portata di mano (il modello applicato al Parlamento europeo) ma che in Italia continua a essere tabù, perché la Camera teme di trovarsi poi sommersa dalle cause di lavoro. C’è quella delle retribuzioni interne, che in alcuni casi supera il trattamento economico onnicomprensivo dei deputati e in altri è comunque fuori mercato. C’è la duplicazione di strutture analoghe, se non addirittura sovrapponibili, con il Senato, che probabilmente solo la fine del bicameralismo perfetto potrà risolvere. Ci sono i vitalizi del vecchio sistema, che costano molto più dei contributi versati ma che non si toccano per timore di perdere i contenziosi. C’è soprattutto lo squilibrio tra il peso dei tre questori e quello degli altri deputati, che – come il dibattito di mercoledì ha mostrato – in sede di bilancio diventano meri schiacciatori di bottoni. E così, nonostante la Camera abbia effettivamente intrapreso un percorso doveroso di razionalizzazione e di tagli, non ha ancora dato la risposta definitiva alla domanda più banale: come si può conservare la fiducia in un’istituzione che ha il compito di scrivere leggi per l’Italia ma ha così tante difficoltà a gestire bene se stessa?

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