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Set
07

Il paziente


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Il paziente non è inglese e non ha per niente l’umorismo freddo e distaccato.
Il paziente è colui, che siccome è malato si avvale del diritto di risponderti male.
Mi spiego meglio. Il finto paziente ha queste caratteristiche. Si lamenta, farfuglia, ti risponde male, spesso è un paziente pagante e paga la sua ipocondria, pensando che tutto gli sia concesso.
Il paziente, paziente, in genere è il vero paziente. Un gioco di parole, per un argomento triste, ma non è la tristezza parte di questo discorso.
Chi soffre, il dolore se lo tiene fra i denti, ha gli occhi di chi sa già che la sua strada non sarà lieve, eppur non parla.
E’ spesso gentile, quasi non si vede e non si sente, perchè il suo male gli toglie la voglia di parlare.
Poi, dipende dai casi e dalle persone, ma in genere questa è la regola.
Il patofobico è uno che ha un disturbo psichico caratterizzato da una preoccupazione eccessiva e infondata, riguardo alla propria salute,
Chi soffre di ipocondria viene detto ipocondriaco o, nel linguaggio comune, malato immaginario.
Il malato immaginario infatti ispirò anche il drammaturgo francese Molière.
Nel XVII, in Francia, il termine “immaginario” significava pazzo.
Detto ciò, il protagonista è uno che benchè “non malato” nel fisico, ma nella mente, pronuncia a tratti affermazioni lucide e ragionevoli, mostrando un cinismo e una disillusione. Aggressivo ed a tratti la sua pazzia convince anche chi gli sta vicino a crederlo un malato.
La conferma che il “vero malato” tira avanti e non disturba con tutta la forza che gli rimane dentro è proprio l’autore di questo capolavoro.
Il 17 febbraio del 1673 Molière, che interpretava Argante, portò a termine la rappresentazione di questa commedia nonostante il suo grave stato di salute, morendo infine poche ore dopo.
Il paziente vero è paziente, nel vero senso, pieno ed esaltante del suo significato. Così, come chi deve curare ed assistere un paziente, lo deve essere. Sempre che sia un vero malato.
Ecco, vi chiederete perché sto raccontando questa storia, contorta, a volte con termini ripetitivi, frutto di una constatazione ed osservazione del “malato” per anni.
Così, per dire che la prossima volta che qualcuno mi passa avanti, quando sono in fila per fare le analisi del sangue, urlando che lui è malato e noi altri che stiamo in fila, siamo solo delle anime inutili, aggiungendo: “io pago” e “fatemi passare” e rivolgendosi alla fila “paziente” in attesa, pronuncia: “siete solo degli assistiti del Sistema Sanitario”, per questa volta l’ho mandato solo affanculo. La prossima volta lo gonfio di botte, così, come si dice: “lo ammalo veramente”.

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