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Feb
01

Il peacekeeper

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C’è chi politico nasce e chi lo diventa: il nuovo presidente della Repubblica lo è diventato, per orgoglio e per amore, quando nel 1980 la mafia gli uccise il fratello. Era Piersanti, in famiglia, il movimentista: Sergio, che pure a casa aveva respirato la stessa aria, alle schede elettorali preferiva i libri e ai seggi le cattedre. Poi – come molte volte accade a chi subisce un dolore così grande – un pezzo di colui che hai perso ti si infila dentro. E le sue battaglie diventano le tue: un po’ per farlo vivere ancora, un po’ per dire a chi l’ha ucciso che la morte non è l’ultima parola.
Accade così, 35 anni dopo, che il sangue di Piersanti è al Quirinale. Merito di Zaccagnini, che con i voti della Dc portò subito Sergio in Parlamento, e di quella sinistra democristiana che ne seppe valorizzare le doti: senza averlo mai scelto davvero, e certamente senza un’ambizione superiore alla media, Mattarella era finito in una corrente molto potente, un’autostrada che lo portò al governo. Nel partito vinse qualche battaglia e ne perse altre, ma né il tempo né le circostanze lo cambiarono mai: ecco perché, pur avendo toccato con mano il potere in più occasioni, non fu mai un potente in senso stretto e certamente non lo diventerà oggi, chiamato a ricoprire la carica più alta.
I partiti si sciolgono, le Repubbliche muoiono, le inchieste giudiziarie fanno il loro corso. La politica si personalizza, arrivano leader che parlano direttamente al popolo, i talk show e i nuovi media riscrivono linguaggi e tempi del dibattito, i protagonisti di ieri si usurano di fronte al bisogno di rinnovamento. Ma l’onestà non passa mai di moda, direbbero i Cinquestelle, e anche quando sembri finito in un angolo puoi scoprire che c’è bisogno di te.
Proprio in un angolo, in realtà, Mattarella non era: la Corte Costituzionale – dove il Parlamento lo mandò nel 2011 per un solo voto, al termine di un’elezione travagliata in cui il Centrodestra tentò di far saltare il banco – non è esattamente un cimitero degli elefanti. Eppure, Sergio si comportava come se lo fosse: mai una dichiarazione pubblica, un’intervista, una presenza sul palco in un’iniziativa politica. “Lo davamo quasi per disperso”, commenta oggi sorridendo un parlamentare del Pd, e non fai fatica a capire che lo scherzo nasconde un pezzo di verità. Ma non era sparito per inadeguatezza o per sfasamento: era sparito per rispetto del nuovo ruolo, che gli imponeva un comportamento diverso.
Se c’è una costante della storia di Sergio Mattarella, infatti, è proprio quella di saper tenere a bada la frizione, su qualsiasi tipo di terreno. Da ministro ha fatto il ministro, da deputato semplice il deputato semplice, da professore il professore, da uomo di partito l’uomo di partito, da giudice costituzionale il giudice costituzionale. E da presidente farà certamente il presidente, ossia il garante dell’unità della Nazione e il suo massimo rappresentante, il difensore delle istituzioni che – come ha dichiarato lo stesso Renzi all’assemblea dei grandi elettori Pd – saprà dire dei no anche alla parte politica che lo ha eletto.
Poi, certo, ogni arbitro ha il proprio stile. E quello del nuovo presidente è quasi felpato, nella sua prudenza. Paura dello scontro? No, e la sua storia – si ripensi alle dimissioni da ministro della Pubblica Istruzione in un governo Andreotti, per non votare la fiducia sulla legge Mammì – lo dimostra. Ma Mattarella preferisce prevenire, quando è possibile: un peacekeeper di professione, che vive ogni conflitto innanzitutto come una sconfitta della mediazione. Aveva confidato nella mediazione, ad esempio, quando i popolari si spaccarono, e la sua rabbia in quei momenti fu proporzionale alla frustrazione. E così gli tocca passare alle cronache, in questi giorni, per l’aneddoto che lo racconta andarsene inferocito dalla saletta dell’Ergife urlando del fascista a Buttiglione, mentre rimangono ignote a tutti – tranne a chi le ha vissute da vicino – le innumerevoli fratture evitate o ricomposte.
Su questi binari, a meno di grandissime sorprese, dovrebbe scorrere anche il suo mandato presidenziale: un settennato fatto di molti incontri e parecchie correzioni di rotta, di poco protagonismo personale e nessuna parola fuori posto. “Mi sono candidato alle elezioni – mi disse una volta un personaggio autorevole, di cui si faceva il nome anche per la presidenza della Repubblica – perché solo a Palazzo Chigi, e non al Quirinale, ci sono gli strumenti per cambiare l’Italia”. Chissà, forse Mattarella non cambierà il Paese. Ma cercherà con tutte le sue forze di tenerlo insieme, e sarebbe già moltissimo.

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