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Giu
07

Il pisano e il fiorentino di Stefano Clerici


ORA DI PUNTA


“L’è meglio un morto in casa che un pisano all’uscio”. E’ un antico proverbio toscano che dicono abbia origine addirittura all’epoca delle Repubbliche Marinare, quando i pisani svolgevano la funzione tutt’altro che gradita e gradevole – ieri come oggi – di esattori delle tasse. Matteo Renzi, fiorentino, ed Enrico Letta, pisano, continuano a giurarsi sincera stima e amicizia. Dissidi tra loro? Neanche a parlarne. Tutt’al più, fanno sapere, si ritengono due figure “complementari”: un po’ più istituzionale l’uno (Letta), un po’ più movimentista l’altro (Renzi). Dunque, l’uno può tranquillamente aspirare a fare il presidente del Consiglio fino – come egli stesso ha di fatto auspicato – alla conclusione della legislatura, mentre l’altro può tranquillamente aspirare, anche a breve tempo, alla segreteria del Pd.
Ma il gioco delle parti è una cosa; la dura realtà dell’imminente congresso d’un partito dove le correnti soffiano come tornado, è un’altra. Gli amici-nemici di oggi possono diventare spietati duellanti domani. Ed entrambi – nati e cresciuti, come qualcuno ha scritto, nel “tardo democristianesimo” – ne sono consapevoli. Per questo Matteo Renzi, pur avendo fatto capire che lo farà, aspetterà almeno fino a settembre per annunciare la sua “discesa in campo”, puntando poi dritto al trasloco da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi; e nel frattempo Enrico Letta rimarrà fermo alla finestra a scrutare e meditare le prossime mosse.
Del resto, come raccontano le cronache, quando un toscano se ne usciva con quel proverbio per cui era meglio un morto in casa che un pisano all’uscio, la risposta secca del pisano era sempre la stessa: “Che Dio t’accontenti”.

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