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Gen
30

“Il presidente è il primo dei servitori”

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“Centomila inglesi proprio non possono controllare trecentocinquanta milioni di indiani, se quegli indiani scelgono di non collaborare. E a questo intendiamo arrivare: a una pacifica, non violenta, non collaborazione. Fino a quando voi stessi non riterrete saggio andarvene”
Con queste due citazioni del Mahatma Gandhi, oggi (per chi non lo sapesse) si celebra l’anniversario della scomparsa della guida spirituale indiana protagonista indiscusso della storia del secolo scorso. Le sue citazioni sono state riprese più volte specialmente per slogan politici da parte di chiunque volesse mandare un messaggio ai propri elettori. Senza voler analizzare il pensiero del Mahatma (non ne avrei la conoscenza per farlo), possiamo affermare che il suo pensiero votato a rovesciare i regimi senza l’uso della violenza, possa essere preso di spunto anche per tutti noi, che soldati non siamo, ma che con un lapis dentro una cabina possiamo fare molto. Mi sembra che a Roma del pensiero di Gandhi non ci sia nemmeno l’ombra, ne tanto meno una refolo di vento, tanto è che ancor oggi, mentre il nostro paese va sempre più a rotoli, nessuno, e sottolineo nessuno, si è preso la briga di dare una svegliata ai governanti. In questo senso la frase del titolo del post calza a pennello, perchè è proprio il Presidente di una grande società che dovrebbe essere il primo dei servitori, come lo sono tanti proprietari di aziende che arrivano prima di tutti e sono gli ultimi ad andarsene dal luogo di lavoro. Il popolo italico dovrebbe capire che oggi non sarà certo un migliaio di governanti a controllare 50 milioni di italiani, “se quegli italiani scelgono di non collaborare”. E siccome nessuno di loro ritiene saggio doversi allontanare dalle poltrone occupate “abusivamente”, sarà il popolo sovrano a farglielo capire. Ma mentre scrivo mi accorgo che ancora non siamo al livello degli indiani con gli inglesi, non siamo ancora abbastanza affamati per sentirsi succubi e schiavi. Non siamo ancora maturi per capire che la rivoluzione la potremmo fare anche con un semplice gesto. Storicamente non siamo un popolo che parte per primo, ma attendiamo gli eventi, aspettiamo fin da ultimo che qualcuno ci colpisca nel nostro piccolo, che ci privi di quell’agio vitale per il nostro mero egoismo. Pacifici ma non pacifisti, buoni ma non buonisti questo dovremmo essere. E a chi ci prende in giro, a chi abusa economicamente di noi, dobbiamo rispondere togliendoli quei privilegi che un tempo gli abbiamo dato, affamandolo della sua bramosia di potere. Non ci vuole molto, basta volerlo.

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