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Lug
11

Il pugile suonato

andreasarubbi


C’è un Paese al mondo in cui il partito di maggioranza relativa – forte di un presidente del Consiglio, svariati ministri e 401 parlamentari – sembra aver perso le elezioni, e due forze politiche che insieme ne sommano 344 sembrano averle vinte. Queste ultime due, tra l’altro, neanche si parlano fra loro: anzi, si detestano. Ma sono complementari: tengono sotto scacco il partito di maggioranza, una da una parte e una dall’altra, e di fatto lo immobilizzano. E così, come nei peggiori incubi, il Pd fa la fine del don Abbondio manzoniano: un vaso di coccio, tanto grande quanto fragile, in mezzo ai due vasi di ferro del Pdl e del MoVimento 5 Stelle. La giornata di ieri è il ritratto più fedele di una situazione politica ai limiti della follia. Conclusa, come nella migliore tradizione del Pd, da una bella diatriba interna tra filogovernativi e movimentisti, con prese di distanza (“io non ho partecipato al voto”, “io l’ho fatto per disciplina ma voglio un chiarimento”) e accuse reciproche (“è un suicidio politico”, dicono i renziani; “volete fare le scarpe a Letta”, ribattono gli altri), a testimoniare la fatica di un partito che tenta di andare d’accordo con il Centrodestra ma non ha ancora imparato a far pace con se stesso.
Fase uno. Il Pdl, reduce dall’assemblea di gruppo di martedì sera, si presenta a Montecitorio deciso a bloccare tutto. In realtà non c’è molto da bloccare, perché l’ostruzionismo dei Cinquestelle sul decreto per il commissariamento dell’Ilva ha già paralizzato l’Aula di suo, ma fonti dem sostengono che a Berlusconi serva qualche altro giorno di tempo, per capire se accelerare una crisi di governo oppure no. Il Pd inizialmente si mette di traverso, perché l’idea di far dipendere il calendario parlamentare dalle vicende giudiziarie di Berlusconi è comunque indigesta: le Commissioni non vengono sconvocate, i lavori sembrano destinati a proseguire. Poi, dopo la conferenza dei capigruppo in cui Brunetta formalizza la richiesta, Franceschini va da Letta e si opta per la linea morbida: se il prezzo per non far cadere subito il governo è quello di ingoiare un rospo, allora rospo sia. Si torna in Aula e, con parecchi malumori interni, i voti del Pd si sommano a quelli del Pdl. Che non ha vinto le elezioni, ma può dettare ai democratici l’agenda.
Fase due. Il MoVimento 5 Stelle non aspetta altro: appena Laura Boldrini proclama i risultati del voto, favorevole alla proposta del Pdl, dai banchi pentastellati si grida ai venduti. Si affannino pure i deputati democratici – quei pochi che hanno il coraggio di mettere la faccia sui social network – a spiegare la delicatezza politica della vicenda: nella rete grillina monta già l’ondata del “tutti uguali, tutti servi del porconano”, e gli stessi elettori Pd chiedono chiarimenti, increduli, ai loro rappresentanti. Il M5S, che non ha vinto le elezioni, si frega le mani per aver fatto breccia con la propria linea e passa all’incasso.
A fine giornata, nonostante la bella figura personale di Letta al question time, il Pd è un pugile suonato che ha perso l’ennesimo round. Era il più forte, ma il lavoro ai fianchi dei suoi avversari – uno di qua, uno di là – lo sta massacrando. Doveva vincere le elezioni per ko, sta perdendo il match ai punti; gli resta forse la speranza in un no contest che azzeri tutto, lo riporti al voto un po’ più in forma di oggi e lo faccia uscire da quest’incubo.

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