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Lug
03

La giornata del pianto di Moisè Asta


ORA DI PUNTA


Se si volesse coniare un’espressione caratterizzante per domenica 1 luglio – naturalmente molto di là dal titolo della robusta silloge poetica del Beato Canonico Annibale Maria di Francia, appunto “Gli inni del primo luglio” – basterebbe si definisse “giornata del pianto”. E non già per gli estemporanei rivoli di lacrime di tanti tifosi e tante tifose dinanzi il quattro-a-zero imposto dagli spagnoli alla compagine di Prandelli; bensì per il pianto di Umberto Bossi (accorato e forse anche comprensibile) e per quello di Roberto Maroni (ma quanto sincero?), nel giorno della fine della Lega originaria, fatta ad immagine del “senatùr” ed ora chiamata a cambiare radicalmente se vuole recuperare qualche voto nell’ambito del “suo” territorio corrispondente alla cosiddetta Padania.
“La Lega non ha rubato niente” ha bofonchiato Bossi, dimenticando la imprecisa conduzione della contabilità interna del movimento, messosi a sperperare, con “paghette” varie e con smodate fattezze di cui beneficiavano il figlio Renzo (quello della laurea comprata a Tirana) e altri familiari, le risorse legate ai rimborsi elettorali, ai denari cioè estorti dalle tasche degli italiani.
Già… quelle lacrime… Imprevedibili ed impreviste per uno che non si è mai commosso dinanzi alle sofferenze di gente non padana e che ha sempre avuto parole di disprezzo e/o di sottovalutazione per quelli che “si lasciano prendere dal romanticume” grossolano e piagnisteo. Chi ne ha scorto, ora, gli occhi lucidi può essersi sentito nel diritto di ipotizzare che quel pianto resta del tutto legato all’improvvisa perdita della “sua” Mecca la quale, ora, non gli consente più di appagare tutti i desideri della famiglia (“the familiy”, come annotava il tesoriere).

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