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Mar
06

La Grande Porcata di Ennio Simeone


ORA DI PUNTA


I pasticci in corso alla Camera intorno alla legge elettorale mostrano il profilarsi di un grosso rischio incombente sull’Italia: che la perniciosa “lentocrazia” delle nostre istituzioni venga rimpiazzata da una “velocrazia” altrettanto, se non ancor più, perniciosa. Dai nuovi dirigenti e dai vecchi parlamentari del Pd convertitisi in corifei del velocista fiorentino – che non fa mistero di voler applicare anche alle istituzioni il metodo fast che ha usato per scalare prima il partito e poi Palazzo Chigi – in questi giorni arrivano, attraverso le tv, le radio, i giornali e il web, commoventi peana alla rapidità con cui vengono trascinati all’approvazione di una legge elettorale che viene decantata come risolutiva di tutti i mali dell’Italia non per la sua bontà, ma per la velocità con cui è stata patteggiata in un oscuro tu per tu tra Berlusconi e Renzi. La parola d’ordine, da ripetere con ossessiva insistenza, è: “Finalmente abbiamo una legge elettorale che aspettiamo da 8 anni”. Una parola d’ordine rafforzata dai tweet del frenetico partner toscano del Cavalier Pregiudicato: “Ora si saprà subito dopo il voto chi ha vinto”.
Nessuno – chi per complicità, chi per convenienza, chi per conformismo, chi per paura – osa dire che, mentre celebriamo l’Oscar per “La Grande Bellezza”, si sta preparando La Grande Porcata, una nuova porcata, peggiore di quella ideata da Calderoli, proprio perché arriva dopo la bocciatura di questa, quindi viziata dall’aggravante della recidiva.
E’ una porcata innanzitutto perché ripropone, pari pari, la nomina dei parlamentari fatta dalle direzioni dei partiti senza dare la possibilità agli elettori di sceglierli. Ed è una porcata perché pretende di non dare rappresentanza parlamentare a formazioni politiche che abbiano raccolto anche un solo voto meno del 12% dei consensi elettorali (cioè, più o meno, dai 5 ai 4 milioni di italiani), a meno che non si alleino con quelle principali. E’ una porcata perché assegna un premio in seggi che è al tempo stesso eccessivo in rapporto alla percentuale di voti (37%) che occorre per averne diritto, e addirittura esorbitante in caso di ballottaggio, ma è esiguo per garantire la famosa governabilità perché un margine di 12 o 16 deputati o anche superiore non è sufficiente contro la consuetudine dei voltagabbana nel cambiare casacca, come dimostra la caduta dell’ultimo governo Berlusconi.
Se la velocità dà questo risultato, liberiamoci dei velocisti. L’unico che ci può difendere, in questo clima di infatuazione per i decisionisti a qualunque costo, è il presidente della Repubblica. La speranza di chi non vuole ricadere in un nuovo “porcellum” è affidata a Napolitano. Che, in nome del rispetto della Costituzione e del responso della Corte costituzionale, potrà rispedire l’Italicum al mittente, cioè al parlamento, perché lo deberlusconizzi.

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