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Nov
27

La matrigna allo specchio

andreasarubbi


Quando ieri mattina la legge di stabilità è arrivata nell’Aula del Senato ed è iniziato il dibattito sul testo, non c’era un solo senatore nell’emiciclo che l’avesse letto, e nemmeno in tutto il Palazzo. Non per negligenza, sia chiaro, ma perché a quell’ora la versione definitiva doveva ancora essere scritta: lo stava facendo in qualche stanza il governo, che aveva già annunciato la fiducia ma non poteva porla formalmente finché il maxiemendamento non fosse pronto. Si discuteva sul nulla, in sostanza, o poco più: come denunciato da Giacomo Caliendo, senatore di Forza Italia appena passato all’opposizione, i parlamentari stavano apprendendo dalla stampa che cosa sarebbe rimasto e che cosa invece sarebbe saltato rispetto al testo uscito monco dalla Commissione, dopo due settimane di emendamenti e di ostruzionismo. Per dirla con Aldo Di Biagio, ex montiano ora popolare, Letta aveva deciso di mettere la fiducia “non sul provvedimento, visto che ancora non c’è, ma su se stesso”.
Quella della politica che mette la fiducia su se stessa, e che interroga il Parlamento come la matrigna di Biancaneve fa con lo specchio servo delle sue brame, può apparire un’immagine ingenerosa. Anche perché la legge di stabilità è piena di novità sostanziali – si pensi all’aumento del Fondo per la non autosufficienza – che purtroppo non hanno trovato adeguato spazio nel dibattito. Ma forse il problema è proprio questo: complice la saga berlusconiana, che culminerà stasera nel voto sulla decadenza, mai come oggi si ha l’impressione di una classe politica totalmente concentrata su se stessa, sui propri equilibri instabili e sulle manovrine di piccolo cabotaggio. Dopo quaranta giorni di discussione, per dirne una, ieri all’ora di pranzo in Senato giravano ancora versioni opposte delle tassazioni sulla casa – perché tra Imu, Tares, Trise e Iuc nessuno aveva capito che cosa fosse uscito dalla porta per rientrare dalla finestra – e del loro impatto anche sulle famiglie in affitto. Il Paese reale, insomma, sembrava rimasto chiuso fuori dalla porta.
Vista da fuori, ad essere sinceri, la giornata di ieri non sembrava il giorno della legge di stabilità, ma piuttosto la vigilia del voto su Berlusconi. Quando ad esempio i senatori di Forza Italia hanno chiesto il raddoppio dei tempi di discussione – tradizionale gioco delle parti, nei dibattiti sulla Finanziaria – i colleghi del Partito democratico, su twitter, hanno immediatamente etichettato la richiesta come “un’indegna gazzarra per far slittare la decadenza”. E il guaio è che, con ogni probabilità, non si sbagliavano di tanto: bastava fare due passi nella zona del Parlamento, in tutta la giornata di ieri, per rendersi conto di quale fosse l’argomento centrale delle riflessioni e delle preoccupazioni di moltissimi suoi inquilini.
Non c’è da stupirsi, allora, se in un contesto del genere il MoVimento 5 Stelle sfrutta la scia. E con una mossa retorica, tanto abusata quanto furba, alcuni suoi senatori prendono la parola in Aula per annunciare la propria rinuncia all’intervento sulla legge di stabilità, perché in un Parlamento del genere sarebbe fiato sprecato. E si autodefiscono extraterrestri, accusando i colleghi degli altri partiti di non pensare ai cittadini. E chiedono provocatoriamente il prezzo di un chilo di pane. Che i mille parlamentari con ogni probabilità conoscono, al di là delle facili ironie, ma che di certo non è il tema principale del dibattito politico di oggi. Né delle prossime settimane e dei prossimi mesi, sembra di intuire, quando l’epopea della decadenza verrà rimpiazzata da un’altra trama non meno avvincente.

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