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Gen
20

La resa dei conti

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Ci sono due notizie che girano a braccetto, ormai da qualche giorno, e una è decisamente più grave dell’altra. La prima è che un pezzo del Pd, all’incirca coincidente con l’area di Civati, non voterà alle Regionali in Liguria per la candidata ufficiale del proprio partito; la seconda è che, nonostante il segretario le abbia già liquidate come “un bellissimo episodio di democrazia”, le primarie sono arrivate in Procura e non è detto che ne escano immacolate. La notizia più grave è di gran lunga la seconda, ma è dalla prima – ossia dal dibattito interno, che di strettamente ligure ha ben poco – che dipende la tenuta di una serie di questioni oggi sul tavolo.
I prossimi dieci giorni, da qui al primo scrutinio per il Quirinale, sono abbastanza complicati e densi: alla Camera ci sono le riforme istituzionali, al Senato la legge elettorale, in frigorifero il decreto sul fisco con il famoso comma del 3 per cento (il cosiddetto salva-Berlusconi, di cui il presidente del Consiglio si è assunto la responsabilità). L’ultimo dei tre è rimandabile al momento in cui la partita del Colle sarà chiusa, ma sugli altri due bisognerà decidere prima: o Renzi scende a patti con la minoranza interna, facendo violenza al proprio istinto, oppure continua a tirare dritto e si espone a qualche rischio sul Quirinale, dove il voto segreto è un’arma collaudatissima per regolare conti che con il presidente della Repubblica non sempre hanno a che fare. Fassina ieri lo ha detto apertamente, con l’aria di chi – dopo mesi di totale e incontrastato dominio renziano – ha ora un’occasione unica per riequilibrare un po’ la partita.
Di certo, confermano fonti interne al Nazareno, la vicenda delle primarie in Liguria ha creato parecchi malumori: sia per il loro svolgimento, sia (verrebbe da dire soprattutto) per il modo in cui il segretario le ha archiviate in fretta, preoccupato di finirne prigioniero in un momento cruciale. L’atto più clamoroso è l’uscita di Cofferati – Vendola e una parte della sinistra dem stanno cercando di interpretarla come uno strappo sui contenuti, sognando una possibile operazione Tsipras, mentre sembra più una protesta sulla gestione stessa del partito – ma i malumori sono anche di chi rimane: tra i militanti dell’ala Cofferati c’è pure chi in questi giorni ha ricevuto minacce di morte, e fatica oggi a riconoscersi in un partito che, per convenienza, pare girarsi dall’altra parte.
In tutto questo, la Liguria resta un rebus tutto da decifrare. I garanti del Pd hanno già annullato il voto in 13 seggi, per un totale di circa 3400 schede, ma non sono entrati nel merito degli altri 2 contestati – ovvero quelli di Albenga e del quartiere genovese di Certosa – oggi al vaglio degli inquirenti. Se si accertassero delle infiltrazioni, magari di tipo mafioso, i vertici del Nazareno avrebbero ancora la forza e la voglia di sostenere Raffaella Paita? Probabilmente no, e infatti si sta già parlando dell’eventuale piano B: la candidatura di un nome condiviso e il più autorevole possibile, tipo quello del ministro Andrea Orlando, che rimetterebbe insieme i cocci.
Ma la giustizia ha i suoi tempi, che non coincidono con quelli della politica, e quando il quadro delle indagini sarà ben definito – magari tra un mese o due – il Senato dovrà già aver votato la legge elettorale, la Camera dovrà avere rimandato le riforme istituzionali a Palazzo Madama, e soprattutto il Parlamento allargato ai grandi elettori dovrà avere già eletto il successore di Napolitano. Sperare dunque che siano i giudici a togliere le castagne dal fuoco sarebbe azzardato: la partita interna ai democratici è oggi innanzitutto politica, e politicamente va risolta. A Renzi non manca il coraggio di mandare tutto all’aria, sfidando la minoranza del suo partito anche nel voto segreto e cercando di renderla ininfluente attraverso un accordo allargato con Berlusconi o con Grillo; ma innanzitutto non sa, effettivamente, quanti possano essere davvero i franchi tiratori. E poi, soprattutto, gli converrebbe?

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