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Giu
03

La tentazione da respingere di Ennio Simeone


ORA DI PUNTA


Gli italiani sono cambiati molto da quel 2 giugno del 1946, quando con il referendum popolare sancirono il passaggio dalla monarchia alla repubblica ed elessero quel parlamento che scrisse la Costituzione? Certo, 67 anni di storia hanno rivoluzionato abitudini, costumi, cultura; ma, probabilmente, non è cambiata di molto la loro indole. E che non sarebbe cambiata (e non poteva cambiare), erano consapevoli i padri costituenti, che quella Costituzione la scrissero in un paese che aveva ancora sanguinanti le ferite inferte all’Italia da vent’anni di dittatura fascista. Perciò un principio essi sancirono, tra gli altri e prima degli altri: evitare che per molto tempo in avanti potesse tornare alla ribalta e conquistare il potere nel nostro paese un nuovo “unto del Signore” per diventare “un uomo solo al comando”. Perciò stabilirono che la nostra sarebbe stata una repubblica parlamentare con un presidente della Repubblica eletto dal parlamento, con poteri limitati e comunque bilanciati dal parlamento eletto dal popolo.
Periodicamente c’è chi – convinto di avere la possibilità, grazie alle proprie capacità demagogiche, di conquistare le simpatie della maggioranza degli italiani – ripropone, o spinge altri a riproporre, la elezione diretta del presidente (non a caso sottolineando la locuzione “capo dello Stato”). Sta accadendo anche adesso, come è accaduto ogni volta che le strutture istituzionali hanno rivelato una condizione di debolezza, segni di disfacimento soprattutto morale, inadeguatezza, inefficienza, accompagnati da preoccupanti lacerazioni.
Ed ecco riaffacciarsi la proposta della “elezione diretta del capo dello Stato”, lanciata da chi ne ha fatto l’obiettivo della sua vita e magari condivisa, ingenuamente o incoscientemente, da chi è convinto che la formula possa trovare innocua attuazione. Il rischio è grosso. Ciò che è accaduto alle ultime elezioni politiche, con il trionfo di un tragicomico arruffapopolo e la “resurrezione” di uno spregiudicato venditore di promesse, dovrebbero dare la misura di questo rischio. E far comprendere che gli italiani continuano ad essere inclini ai facili e pericolosi entusiasmi, come quando nel 1922 portarono al potere Mussolini.
E a chi obietta che il repentino crollo del comico genovese dimostrerebbe quanto effimeri siano certi trionfi è opportuno obiettare che basta un solo giorno di pernicioso entusiasmo, quello del voto, per mandare in rovina un paese.

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