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Feb
06

La trappola

andreasarubbi


Ci sono quelli interessati, renziani della prima o della seconda ora, che sperano in un nuovo giro di nomine per finire a Palazzo Chigi: via i bersaniani dai ministeri e dai sottosegretariati, dentro loro. E ci sono quelli ancora più interessati,nello schieramento avverso, che vorrebbero bruciare subito il sindaco per non ritrovarselo in mezzo ai piedi tra un po’. L’idea di mandare Matteo Renzi a Palazzo Chigi, in un governo-traghetto al posto di quello attuale, gira in Transatlantico da diverse settimane; ma lui – dicono quelli del giro stretto – sente puzza di trappola e non ha intenzione di cascarci. A meno che, come nella scena finale dell’Avvocato del Diavolo, non si faccia fregare dalla vanità e dall’ambizione personale.
La versione infiocchettata, naturalmente, è che ci sia bisogno di un cambio di passo: e qui si spinge sull’ego del segretario, lo si blandisce, ci si fa scappare che “Enrico è il più giovane della vecchia guardia, ma oggi non basta più, serve uno come te”. La versione politicamente corretta, più volte espressa da Alfano, è che la stabilità del governo sia direttamente proporzionale al coinvolgimento del leader Pd: da un mese, ormai, Angelino invita Matteo a mettere suoi ministri nell’esecutivo, e certamente non avrebbe nulla in contrario se Renzi prendesse il posto di Letta. Anche perché – e qui si passa alla terza versione, quella cinica – il tentativo è proprio quello di metterlo in un angolo, costringendolo a una scelta non indolore.
Se si votasse in questo momento, con il Porcellum mozzato dalla Consulta e l’Italicum non ancora approvato dal Parlamento, verrebbe fuori una palude proporzionale; per il solito discorso del Paese diviso in tre, dove il terzo polo sono i Cinquestelle, nessuna coalizione avrebbe la maggioranza per governare, e quindi si andrebbe ancora una volta verso le larghe intese. Certamente i centristi farebbero salti di gioia, e probabilmente nemmeno Forza Italia la prenderebbe troppo a male: se anche perdesse, Berlusconi riuscirebbe a condizionare pesantemente governo e Parlamento futuri, con un Pd fortemente indebolito dall’assenza del premio di maggioranza. L’unico scontento sarebbe l’attuale favorito, cioè Renzi, che dopo aver fatto una battaglia congressuale per dire basta alle larghe intese non avrebbe altre soluzioni praticabili.
Ecco allora perché, a destra del Pd, si comincia ad agitare il voto come uno spauracchio: se non vuoi votare subito – fanno intendere al segretario democratico – allora vai tu al posto di Letta. Mettici la faccia e avvia le riforme, gli dicono, che tradotto significa: passa un anno o due a farti rosolare, e poi ne riparliamo. Nel frattempo, il Centrodestra riesce a riorganizzarsi, forse trovando addirittura l’erede di Berlusconi e comunque un equilibrio tra forze vecchie e nuove; la sinistra del Pd annusa l’aria e dà una risposta definitiva ad alcune pulsioni scissioniste mai tramontate del tutto; i centristi sopravvivono un altro po’, quando sembravano prossimi alla fine, e magari si organizzano anche loro; i Cinquestelle campano di rendita, perché l’alfiere del cambiamento finisce sulla brace come un pollo. Renzi ci guadagnerebbe una carica da mettere in curriculum, quella di presidente del Consiglio, ma alla lunga l’uovo – scelto al posto della gallina – potrebbe essergli indigesto.

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