«

»

Dic
02

Mezza verità

andreasarubbi


Il sito del Senato ha riportato l’aggiornamento in tempo reale: accanto al nome di Silvio Berlusconi, nella lista dei senatori, c’è ormai la dicitura “fino al 27 novembre 2013”; nella sua scheda quasi immacolata, vista la scarsissima attività parlamentare, campeggia il nome del cardiologo molisano Ulisse Di Giacomo, senatore di ritorno ed ex assessore regionale, che a Palazzo Madama ha preso il suo posto. A un primo sguardo fa un certo effetto, come se fosse davvero finita un’era, e simbolicamente l’impatto è forte: “sic transit gloria mundi”, verrebbe da commentare d’istinto, con le parole che lo stesso Berlusconi utilizzò alla morte dell’amico Gheddafi. Ma è una mezza verità, per una serie di motivi: l’ex premier è – fortunatamente per lui – in discreta salute e continuerà a far politica fuori dal Parlamento, come del resto è sempre stato in questi anni.
Nelle ultime quattro legislature, dal 2001 in poi, il leader del Centrodestra è stato otto anni al governo (2001-2006, 2008-2011), due all’opposizione (2006-2008) e gli altri due a metà strada, nella palude delle larghe intese (2011-2013). Quando era presidente del Consiglio, naturalmente, non svolgeva attività politica da deputato o senatore; nei restanti quattro anni, invece, avrebbe potuto (e probabilmente dovuto) farlo, in quanto leader di una forza politica di primo piano, ma così non è stato. Nella XV legislatura, quella del governo Prodi, Berlusconi ha preso la parola a Montecitorio per tre volte in due anni; nella XVI, durante l’esperienza a Palazzo Chigi di Monti, non è mai intervenuto; in questa, con Letta premier, lo ha fatto una sola volta, il 2 ottobre scorso, tra l’altro annunciando la fiducia a denti stretti quando ormai lo strappo di Alfano lo aveva reso ininfluente.
Per quanto la sua decadenza da senatore possa essere suggestiva – e talora celebrata dagli avversari come un’uscita di scena a tempo indeterminato – la realtà è dunque diversa: se c’è un articolo della legge Severino che fa male a Berlusconi, quello è l’articolo 6, che estende i paletti validi per il Parlamento anche agli incarichi di governo nazionale. In altre parole, il danno vero per il fondatore di Forza Italia è quello di non potersi candidare come premier alle prossime elezioni, a meno che nel frattempo non succeda qualcosa (una pronuncia della Corte costituzionale, ad esempio) che modifichi radicalmente il quadro. Ma l’essere dentro il Parlamento o fuori, onestamente, è un tema piuttosto secondario, soprattutto in un momento come questo.
Di quanto il potere legislativo si sia spostato nelle mani dell’esecutivo si è già scritto abbastanza: oggi le leggi vengono scritte quasi sempre dal governo, con il Parlamento talvolta relegato al ruolo di correttore di bozze, se non addirittura da Bruxelles. E molto si è detto, soprattutto negli ultimi due anni, del ruolo crescente del Quirinale, che ha riempito vuoti politici aumentando il proprio peso, tanto da far parlare alcuni osservatori di un presidenzialismo di fatto. Ma il motivo principale per cui essere in Parlamento non è più centrale come un tempo si comprende bene guardando gli equilibri interni ai partiti: il MoVimento 5 Stelle (Grillo), SEL (Vendola), la Lega (Maroni), ora anche Forza Italia (Berlusconi) e forse tra dieci giorni lo stesso Pd (se Renzi vincerà le primarie dell’8 dicembre) fanno tutti riferimento a leader che non sono deputati né senatori. Eppure danno le carte nel dibattito politico, monopolizzano tv e giornali, decidono i voti sulle leggi e talvolta anche le sorti del governo. Chi ha stappato champagne mercoledì sera alla faccia di Berlusconi, insomma, rischia di aver sprecato troppo in fretta una bottiglia buona per Capodanno.

Media 4.00 su 5


Lascia un commento

Il tuo indirizzo mail non sarà pubblicato!


*