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Feb
20

Molto streaming per nulla

andreasarubbi


Solo una volta, delle tre in cui i Cinquestelle si sono presentati alle consultazioni per il governo in diretta streaming, si è sfiorato il dialogo: fu nella seconda, quando i toni pacati ma decisi di Enrico Letta cercarono di portare la conversazione con i pentastellati sul ruolo dell’opposizione in un contesto democratico. L’allora premier incaricato invitò i portavoce Crimi e Lombardi a non accontentarsi di dire dei no, a non congelare la propria rappresentanza parlamentare nel freezer dell’isolamento, e spiegò loro che fare politica è, per forza di cose, mescolarsi. Se non aveste avuto i voti del Pd in Parlamento – rimarcò, con un certo orgoglio – oggi non avreste un vicepresidente alla Camera, un questore al Senato e diversi segretari. Il messaggio non fu recepito, ma Letta fece comunque un figurone, e si scatenarono i paragoni impietosi con quanto accaduto il mese precedente a Pierluigi Bersani.
A dire il vero, cercare un paragone tra quel Letta e quel Bersani non sarebbe giusto, e non è un problema di differenze caratteriali. La verità è che il 27 marzo, giorno del primo streaming, si discuteva ancora di un possibile governo del rinnovamento: i voti dei parlamentari M5S, in teoria, erano indispensabili a costruire una maggioranza, quindi l’allora segretario Pd ci andò con i piedi di piombo. Quattro settimane dopo, il 25 aprile, la rielezione di Napolitano aveva già aperto la strada alle larghe intese: l’appoggio di Grillo non era più indispensabile, dunque Letta poteva togliersi qualche sassolino dalla scarpa e non era obbligato a incassare. Poteva anzi far capire agli elettori grillini che quella strategia dei loro rappresentanti, tutti asserragliati nella torre d’avorio, stava in realtà sprecando il loro voto.
Così è successo anche ieri: Renzi ha incontrato i Cinquestelle con una maggioranza già in tasca, sapendo bene che il comico – tra l’altro spinto a Roma controvoglia – non sarebbe stato consultabile nel merito delle cose da fare. Si sarebbe trattato, insomma, di un appuntamento mediatico più che politico, e su questo terreno Grillo andava sfidato. Così gli ha tenuto testa sulle battute, ha alzato la voce alla fine per non sembrare troppo morbido, si è tolto lo sfizio del gol a tempo scaduto con un tweet a partita finita (uno zero a zero terribile, su campo impraticabile) in cui ha mostrato quella che sarà la sua tattica nei prossimi mesi: separare l’elettorato Cinquestelle dalla figura di Grillo, sfruttando lo scetticismo crescente verso il leader all’interno del MoVimento. Lo stesso tentativo è in corso con Forza Italia, o almeno con quegli italiani tendenti al Centrodestra che non si identificano con Berlusconi: il segretario del Partito democratico sa che da quelle parti il voto è mobile, purché non si faccia l’errore di compattarli. E infatti difficilmente Matteo parlerà male di Silvio, che a sua volta – in questo periodo – è tutto un sorriso e un complimento.
Sia Grillo che Berlusconi, per motivi diversi, vedono in Renzi un pezzo di sé: ieri il comico genovese lo ha detto chiaramente in streaming, con malcelato nervosismo, elencando tutte quelle idee che il sindaco di Firenze gli avrebbe rubato nell’ultimo periodo. Se ci scendesse a patti, rischierebbe di venirne fagocitato; l’unica arma possibile è dunque quella del vaffa di default, come quei troll che sulla rete cercano solo di provocarti per poi farti sbottare, mandare a monte la discussione di merito e trasformarla in una gara di insulti. Ma non è che Berlusconi, nel frattempo, sia diventato un benefattore: quanto più appesantisce il prossimo premier con la zavorra del proprio endorsement, tanto più lo allontana dall’immagine di uomo nuovo e rivoluzionario. Cinquestelle e Forza Italia, infatti, sono già in campagna elettorale per le Europee, e prima o poi toccherà anche ai partiti di maggioranza, che però dovranno stare attenti a non farsi troppo male se non vogliono che il banco salti in fretta.

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