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Dic
19

Nel guado

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“Dopo tutti i saluti che ho fatto, sarà ancora più bello farmi eleggere per la terza volta”: su Twitter si scherza, e l’account satirico Moniti di Re Giorgio è una fonte inesauribile di battute, ma al Quirinale si comincia a fare sul serio. Non sono una novità le probabili dimissioni: anche due anni fa, al momento della rielezione, si sapeva che il bis era in realtà una proroga, per consentire all’Italia di uscire dal fosso. Che il Paese ce l’abbia fatta, però, è ancora da dimostrare.
L’allora presidente uscente – forse non occorre nemmeno ricordarlo – accettò la rielezione perché il Parlamento si era incartato. Marini e Prodi, candidati ufficiali, erano stati impallinati dai franchi tiratori; Amato e D’Alema, nomi pronti a venir fuori, non avevano i numeri, così come, per motivi opposti, Rodotà. Era l’epoca in cui i Cinquestelle erano compatti, e il patto del Nazareno ancora non era stato firmato: il Pd, da solo o con un pezzo di Sel, non poteva farcela. Ecco allora la soluzione d’emergenza: un altro po’ di tempo a Giorgio Napolitano, per riprendere fiato e riprovarci in un momento migliore.
Se fosse tutto qui, davvero, non ci sarebbe niente da aggiungere. Perché in effetti, rispetto ai tempi più difficili trascorsi da Enrico Letta a Palazzo Chigi, oggi la maggioranza parlamentare di Renzi ha una base di partenza più larga (i fuoriusciti di Sel e alcuni transfughi di Grillo, tanto per cominciare) e un’accresciuta forza contrattuale nei confronti di Forza Italia, che a sua volta è mangiata dalla Lega e che – se vorrà ancora dire la sua sulle riforme costituzionali – deve necessariamente piegarsi a una linea più morbida. Se, insomma, la proroga del presidente uscente doveva servire soltanto a far passare la nottata, la missione è più o meno compiuta.
In realtà, però, il discorso di re-insediamento di Giorgio Napolitano diceva ben altro, mettendo dei paletti ben precisi: il varo delle riforme costituzionali – e in primo luogo quella elettorale, che avrebbe dovuto correggere il Porcellum sul premio di maggioranza e sulle liste bloccate – e di quelle economiche, che avrebbero dovuto dare una risposta alla crisi sul fronte strutturale. “Se mi troverò dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato – chiosò il capo dello Stato nell’Aula di Montecitorio, puntando il dito contro quello stesso Parlamento che lo applaudiva – non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese”. Ovvero, tradotto in linguaggio corrente, “mi dimetterò e lascerò al mio successore, ammesso che riusciate a trovarne uno, il compito di decidere sulle sorti della legislatura”.
Per se stesso, insomma, Napolitano aveva previsto un ruolo di traghettatore e di pontiere, senza prevedere quello che sarebbe successo nei mesi successivi: non immaginava probabilmente che il Pd avrebbe sostituito il presidente del Consiglio, né vedeva all’epoca alternative a un accordo con Berlusconi. Ma chiedeva riforme in cambio della propria permanenza, e ora – alla vigilia delle dimissioni – parla come se tutto fosse davvero compiuto: sia negli auguri di martedì alle alte cariche istituzionali, sia in quelli di ieri al corpo diplomatico, ha dato ad alcuni (anche a parlamentari di maggioranza, per la verità) l’impressione di voler trarre conclusioni un po’ affrettate, mentre invece è ancora tutto in mare aperto e le previsioni del tempo non escludono tempeste.
Si può parlare di riforme economiche strutturali, che abbiano risolto i problemi cronici dell’Italia anche rispetto ai parametri europei? No, se guardiamo le reazioni di Bruxelles rispetto ai provvedimenti di questi mesi: la crisi non è alle spalle, la spending review di Cottarelli è stata utilizzata anche per scopi congiunturali, se non arriva la ripresa economica sono guai. E sul fronte istituzionale? L’Italicum (solo per la Camera, tra l’altro) è ancora nel guado, a metà tra le modifiche al Senato e la tentazione del voto col vecchio Mattarellum; la riforma del bicameralismo non ha ancora finito la prima navetta, e ogni volta salta fuori qualche modifica. Tutte buone intenzioni, che evidentemente lasciano Napolitano tranquillo. Ma l’Italia, a differenza del suo stanco presidente, non può permettersi di riposare.

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