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Set
27

Non siamo tutti Sallusti di Ennio Simeone


ORA DI PUNTA


L’Italia cialtrona sta dando il meglio di sé sul caso Sallusti. In prima linea politici con la coscienza sporca ed esponenti dell’associazionismo di categoria, direttori di grandi quotidiani e di telegiornali, pomposi opinionisti o modesti gregari della casta giornalistica, che hanno aderito alla trovata, suggerita dalla Federazione della stampa, di lasciare, a mo’ di foglia di fico, un quadratino di spazio bianco accanto alla notizia della condanna definitiva a 14 mesi di detenzione inflitta ieri dalla Cassazione al direttore del “Giornale” per aver pubblicato nel 2007 su “Libero” (di cui allora era direttore responsabile), una notizia falsa e diffamatoria – mai smentita o rettificata, come avevano fatto altri, benché rivelatasi subito infondata, rileva la Corte – nei confronti del giudice tutelare Giuseppe Cocilovo per una sua decisione su una questione delicatissima e dolorosa che riguardava l’aborto di una ragazza di 13 anni.
E’ da giorni che Sallusti annuncia che andrà in carcere. Non ci andrà. Perché, a norma di legge, la pena è sospesa. Eppure i tanti paladini della mal intesa libertà di stampa ne parlano come se fosse dietro le sbarre di una galera. Ed essi stessi dicono di sentirsi al suo posto, o al suo fianco, collocando le loro indignazioni sotto titoli aberranti come quello apparso persino su qualche giornale dal glorioso passato: “Siamo tutti Sallusti”.
Tutti chi? Se la lista è formata da coloro che contrabbandano il falso e la diffamazione per reati d’opinione, d’accordo. Ma far apparire in questo caso la Corte di cassazione come una riedizione della Santa Inquisizione è una mistificazione che non può essere usata da chi vuol fare onestamente e correttamente informazione. Né può essere usata da chi, come proprio Sallusti o Feltri o Belpietro, ha diretto e dirige giornali che – per fare un solo esempio – hanno infangato con pervicacia la reputazione del direttore di un altro giornale, sgradito al suo padrino di Arcore, il giornalista Dino Boffo, direttore dell’Avvenire, andando a scavare nella pattumiera di una squallida informativa di spioni i dati sulla sua vita privata e sulle sue tendenze sessuali fino ad indurlo alle dimissioni. Né hanno diritto di usarla, quella mistificazione, uomini politici dello schieramento su cui Sallusti orienta la sua bussola, i quali non solo hanno omesso per anni in parlamento di modernizzare la legge sulla stampa ma addirittura, quando ci hanno provato, hanno tentato di aggravare pesantemente le pene detentive e pecuniarie per i giornalisti, con norme che restringevano la libertà di stampa e di opinione fino a prendere le forme di un bavaglio.
Infine una notazione: il motto, di origine biblica, “la parola (o la penna) uccide più che la spada” rappresenta uno dei primi insegnamenti impartiti agli allievi in una buona scuola di giornalismo per educarli al rispetto della verità e al rispetto delle persone, che possono essere distrutte moralmente e fisicamente da una notizia falsa o ingiustamente infamante. Perciò nessuno si scandalizzi se la società richiede severità e rigore, anche giudiziario, nei confronti di chi si macchia del reato di diffamazione attraverso la pubblicazione di notizie false, ma soprattutto nei confronti di chi non rettifica tempestivamente quelle notizie, magari pubblicate solo per leggerezza, per errore e in buona fede, dopo che gliene è stata dimostrata l’infondatezza.
La si smetta, insomma, di contrabbandare per libertà di stampa o per libertà di opinione le mascalzonate. Non ci è bastato in questi giorni trovarci di fronte a un autoritratto della Polverini nei panni della Giovanna d’Arco di Trastevere: ora vogliono rifilarci un Giordano Bruno del Lambro?

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