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Dic
22

Oggi stavo cercando in rete notizie sul mio cognome di Matilde Mangold

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quelle cose che si fanno quando si ha tempo, per curiosità. Essendo in ferie ho più tempo per cose di questo genere. Della mia famiglia di origine mitteleuropea (letteralmente impero austroungarico!) conosco la storia in generale, ma le vicende dei miei parenti si intrecciano e si complicano drammaticamente a ridosso della seconda guerra mondiale. Già, perché io sono cattolica, ma di origine ebrea: i miei nonni erano ebrei, mio padre lo fu per circa 25 anni – poi si convertì – mia zia Lia lo era, i miei lontani parenti erano di religione ebraica. E d’un tratto ho trovato, navigando nel web, una pagina che rimanda alla cronistoria dei cittadini fiumani di origine ebraica durante gli anni ’40, dal Fondo Questura dell’Archivio di Stato di Fiume, cittadina dove nacque mio padre e dove vivevano i miei nonni prima che scoppiasse la guerra. E così è comparso sullo schermo il nome di mio nonno: Filippo Mangold, nato in Ungheria, trasferito poi a Fiume. Su di lui una annotazione che recita: “fascicolo contenente informazioni generiche: revoca della cittadinanza il 1° febbraio 1939”. Non risulta in quell’archivio niente altro su di lui, come se la sua vita fosse svanita nell’aria senza lasciare traccia. Mi cade lo sguardo anche su altri nomi, tutti ebrei, altre vite sospese o spezzate, con annotazioni drammatiche: “deportato”, “internato”, “in elenco stranieri da internare”. E così mio nonno subì la revoca della cittadinanza, che si applicava agli ebrei stranieri che avessero ottenuto la cittadinanza dopo il 1919. Quante cose non so e non saprò mai, quante cose sono andate perdute con la morte di mio padre che era la memoria storica di quel che accadde alle famiglie Mangold, Balogh e Wortmann quando la follia del nazismo oscurò la vita di milioni di persone in Europa. E dunque ho chiesto a mia madre, che è a sua volta la memoria storica della vita di mio padre – per narrazione, perché tra loro vi sono 30 anni di distanza anagrafica. A causa della revoca della cittadinanza italiana e dell’appartenenza alla “razza ebraica” secondo le leggi razziali, la famiglia di mio padre entrò nel novero dei “potenzialmente deportabili”. Ed è solo per un colpo di fortuna che io sono venuta al mondo. Perché è solo per un colpo di fortuna che mio padre non venne deportato insieme ad altri parenti della loro numerosa famiglia. Sette i fratelli di mia nonna, sparsi tra Ungheria, Austria e poi la famiglia di mio padre, in Italia. E di quell’albero genealogico articolato e internazionale non rimane quasi più nessuno: morirono quasi tutti in campo di concentramento, la linea di discendenze si interruppe con l’Olocausto. I miei nonni e mio padre si salvarono per un colpo di fortuna: un amico di famiglia, uomo legato alla polizia ma con una coscienza, li avvertì che nel corso della notte sarebbero “venuti a prenderli”. E questo significava deportazione. E fu così che i miei nonni con mia zia fuggirono immediatamente, lasciando la casa, gli averi e i mobili, portando con sé soltanto i gioielli e i diamanti che sarebbero serviti per “comprare” l’ingresso e la permanenza in Svizzera. Mio padre si rifiutò di seguirli perché non voleva lasciare l’Italia, ma trovò riparo grazie al cardinale Schuster che gli consentì di nascondersi nelle soffitte dell’Arcivescovado, in piazza del Duomo a Milano, anche durante i bombardamenti. Nel corso della notte i militari arrivarono, ma trovarono la casa vuota. I nonni con mia zia sopravvissero, sfollati in un campo di accoglienza in Svizzera. Mio padre restò a Milano e riuscì a lavorare persino durante la guerra, sotto copertura. Fu così che mio padre si salvò, fu così che sopravvisse alla guerra, nascosto a Milano. E fu così che molti anni dopo la guerra conobbe mia madre, in quella che fu la sua “seconda vita”, e fu così che poi nascemmo io e mia sorella. Grazie alla coscienza di quell’amico di famiglia oggi io esisto. Altri miei parenti non ce l’hanno fatta. E una di loro, la zia Julia (in realtà una cugina di secondo grado, morta a 101 anni), vide il suo promesso sposo preso e deportato e morto in campo di concentramento. Lo shock fu tale che lei non si fidanzò mai più e rimase fedele alla sua memoria. Aveva poco più di 20 anni, figlia di famiglia viennese benestante: per sua fortuna aveva una istitutrice e aveva studiato le lingue oltre ad essersi diplomata in pianoforte e canto lirico. Questi studi fecero la sua fortuna: fuggì prima in India e poi a New York, dove lavorò come insegnante di pianoforte e bel canto per il resto della sua vita. Ogni volta che tornava in Italia a trovarci, lei e mio padre si mettevano in un angolo a parlottare fitto fitto in tedesco, la lingua che li legava alla loro infanzia di cuginetti che giocavano spensierati prima che gli eventi bellici devastassero le loro vite. La conoscenza delle lingue, il fatto di esser cresciuto in un ambiente internazionale, tipico mitteleuropeo, parlando 4 lingue a livello madrelingua, consentì a mio padre di partecipare alle attività di ricostruzione subito dopo la liberazione: aveva due lauree, una notevole cultura e poteva fungere da interprete con gli americani, collaborò con Parri e Pajetta. E ogni volta che parliamo di lui, della sua famiglia, degli intrecci incredibili e terribili di quegli anni, scopro cose nuove, come un libro di cui conosco l’epilogo ma di cui debbo ancora leggere molti capitoli intermedi.
Trovare quella pagina in internet con le notizie su mio nonno, ascoltare altri tasselli della vita di mio padre e dei parenti deportati e uccisi a causa della persecuzione razziale e religiosa, mi fa capire ancora di più che non potrò mai accettare che in questo paese cali l’oscurantismo del fanatismo religioso, il medioevo della ragione e dell’anima.
E mi rendo conto che nella vita spesso basta molto poco per cambiare il corso degli eventi. Il confine tra esserci e non esserci a volte è molto sottile e a volte poggia sulle coscienze di chi sa pensare sulla base di valori universali, figli solo dell’anima, del buon senso, del supremo valore della vita in sé e per sé.
Chiunque tu fossi, amico di famiglia dei miei nonni il cui nome è andato perduto insieme a mio padre: grazie per essere stato un Uomo.

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