BLOG : La voce di quasi tutti

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Ott
30

Pensierino di Falbalà di Matilde Mangold


Anna Frank, quanto parlare si è fatto di lei in questi giorni. E domani anche noi, a Omnibus, parleremo di questa ragazzina sognatrice a cui il Male assoluto rubò ogni speranza di futuro, di vita, di autorealizzazione. Con il passare dei giorni fin troppe voci si sono levate, commentando i fatti degli adesivi antisemiti spesso a sproposito o con eccessiva superficialità; e spesso dando enfasi e visibilità a persone inutili come gli ultras che si sono resi protagonisti di quel gesto disumano, avvilente, stupido, frutto di ignoranza. Ho letto tante cose in questi giorni su Anna Frank, sul nazismo, sugli orrori che nessuno di noi ha vissuto personalmente. Leggere “Siamo tutti Anna Frank” mi ha lasciata allibita: no, non siamo affatto come Anna Frank, non abbiamo mai provato sulla nostra pelle nemmeno un ventesimo di quello che quella ragazzina dovette subire. Si è riusciti, in questi giorni, con troppi commenti superficiali, a banalizzare anche il male del disgustoso gesto di “antiumanità” consumatosi con l’effige di Anna vestita da romanista. Lo abbiamo banalizzato con gli slogan pronto-uso, con le frasi un tanto al chilo e gli aforismi sparsi nel web o sui giornali.
Per parlare di Anna Frank ho scelto la foto che vedete qui in alto perché è quella che la ritrae, a mio avviso, nella posa più naturale e vivida: in questo scatto sembra una ragazzina dei nostri giorni, ha lo stesso sguardo vispo e furbetto di una adolescente moderna, sembra quasi di poterla sentire scherzare mentre viene colta nell’attimo in cui il flash la illumina. Ho scelto questa foto perché sembra viva, sembra proprio lì davanti a noi, a sorriderci di sghembo, pronta a rivelarci una marachella o farci una confidenza. Lessi il suo diario quando ero ragazzina e mi impressionò moltissimo.
Vedete, se oggi io esisto, se sono qui a scrivere, lo devo a una fortunata serie di fattori. Perché anche io – pur essendo cattolica, figlia di cattolici – sono di origine ebraica. I miei nonni lo erano, e così i loro parenti, sparsi tra Austria e Ungheria. Erano una famiglia benestante, nobile, e mai avrebbero immaginato di vivere ciò che vissero quando il nazismo portò l’orrore nel nostro continente. La famiglia paterna si sparpagliò tra Europa e America in una diaspora: purtroppo non tutti riuscirono a fuggire e di alcuni si seppe soltanto che furono deportati nei noti campi di Auschwitz e Dachau, da cui non tornarono mai più. E anche i miei nonni avrebbero potuto fare quella fine: fu solo la fortuna che li salvò, quando qualche anima buona e amica li avvertì che i nazisti sarebbero venuti a “prenderli” per la deportazione. Fu così che i miei nonni poterono fuggire, lasciando ai militari nazisti soltanto un appartamento vuoto, con i giacigli ancora caldi. Finirono in un campo profughi in Svizzera, mentre mio padre visse solitario il periodo dei bombardamenti a Milano, nascosto nella soffitta di un palazzo vicino al Duomo, sentendo le bombe cadere e fischiare nell’aria senza poter scendere al riparo nelle cantine per non rivelare ad alcuno la sua presenza. Finché visse, mio padre non riuscì mai a guardare alcun film sull’Olocausto: era sempre troppo vivo il ricordo dell’orrore e della paura, dell’angoscia, del dolore. Una sua carissima cugina austriaca – che ebbi la fortuna di conoscere – perse il fidanzato 23enne in campo di concentramento e questo dolore le impedì di innamorarsi e sposarsi per il resto della sua vita. Dopo varie peripezie riuscì a fuggire in America, offrendo garanzie economiche per ottenere l’accoglienza, e in quel paese poté ricostruirsi una vita: la sua fortuna fu la Musica. Era diplomata al conservatorio viennese, suonava il pianoforte e cantava. A New York entrò in contatto con il mondo dei musicisti e si mantenne dando lezioni di pianoforte e canto lirico. Divenne grande amica dei coniugi Barenboim (il grande direttore d’orchestra) che in un viaggio a Milano vollero conoscere noi, i parenti “europei”, ed invitarono i miei genitori a cena. Il grande “cuore ebraico” della solidarietà ha questo potere: allacciare, unire ciò che è stato spezzato, ritrovare, aiutare, offrire sostegno. E così Julia – quello era il nome della mia parente – poté finire i suoi giorni accudita da una famiglia allargata che non era legata a lei dal sangue, ma dalla fiamma della speranza, della fratellanza e della Memoria. E se oggi sono qui a raccontare queste cose sul passato della mia famiglia, lo devo alla coscienza di chi salvò la vita ai miei nonni, a mio padre e a sua sorella Lia: quella coscienza della Persona, dell’Essere Umano con diritto alla vita ed ai sogni che molti, troppi di noi hanno dimenticato o mai coltivato.
E oggi io sono qui e guardo il cielo azzurro e luminoso, proprio come scriveva Anna Frank esortando tutti noi a non perdere mai la speranza né l’amore per la vita.

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