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Feb
13

Perseverare diabolicum

andreasarubbi


Deve essere un destino strano, quello del Centrosinistra italiano, se non è capace di andare avanti senza far volare stracci al proprio interno. Enrico Letta ieri lo ha fatto con eleganza, ma nel suo turno di battuta ci è andato giù duro: il protagonismo di Matteo Renzi, i rinvii dei provvedimenti governativi per aspettare i tempi del Pd, la contrapposizione tra liste di totoministri e tabelle di programma, e diverse altre chicche lasciate cadere qua e là, tra le righe. “Non li chiamate democristiani – commentava a caldo su Twitter il direttore di Europa, Stefano Menichini – perché i democristiani fra loro non si sono mai trattati così”.
Oggi all’attacco sarà il turno del segretario, che tra i pregi non ha quello della diplomazia. E la vicenda, che in teoria dovrebbe essere centrata sulle misure da prendere per rilanciare l’Italia in un momento complicato, rischia di passare alla storia come l’ennesimo scontato regolamento di conti a sinistra, dove troppo spesso la competizione interna prende il posto delle idee. La guerra mai sopita tra ingraiani e riformisti sembra, al confronto, una disputa filosofica: tutto quello che il cittadino comune ha capito, in queste ore, è che i galli sono due e il pollaio uno solo. E l’elettore medio del Pd scuote la testa, disperato, ripensando ai leader bruciati e lasciati sul terreno negli ultimi anni.
In realtà, la critica più dura fatta ieri da Letta a Renzi (“Chi vuole venire al posto mio deve dire che cosa vuole fare”) è l’unica che meriterebbe oggi al Nazareno una riflessione seria sui contenuti: si può davvero fare qualcosa di meglio con la maggioranza esistente oppure no? Al netto della poltrona che gli alfaniani lasceranno e i popolari di Mauro guadagneranno, al netto del riequilibrio a Palazzo Chigi tra le correnti del Pd, al netto del cognome stesso del premier e di quello dei ministri, che cosa può cambiare, in queste circostanze? Vale la pena rilanciare l’azione di governo, in una qualunque forma, o bisogna prendere atto – come abbiamo appreso già dal diritto romano – che ad impossibilia nemo tenetur, e che quindi l’unica strada possibile è quella della nuova legge elettorale e del voto?
È questo il nodo che il Partito democratico deve sciogliere, non quello del casting per il prossimo esecutivo: anche perché, nonostante le previsioni e i conteggi sui potenziali dissidenti Cinquestelle, non esiste oggi in natura un governo che non coinvolga un pezzo di berlusconiani o ex berlusconiani. Molto dell’esecutivo attuale può essere migliorato, a cominciare da quei ministri rivelatisi trasparenti o inadeguati, ma cambiare la batteria scarica a un’utilitaria non la trasforma in una Ferrari: l’unica cosa saggia che ci si può attendere dall’azionista di maggioranza del governo, a oggi, è quella di fissare obiettivi seri e raggiungibili nelle condizioni date, chiunque sia il pilota. Di più: se il mezzo è quello che è, l’unica cosa che potrà salvarlo è la compattezza della scuderia, aspetto su cui il Centrodestra in passato ha dato lezioni e su cui invece il Centrosinistra si è regolarmente schiantato.
Nel 2009, a ridosso delle Regionali in Sardegna, i dalemiani aspettavano il cadavere di Veltroni sulla riva del fiume: si erano organizzati nei mesi precedenti con ReD, avevano lanciato un tesseramento parallelo, e portarono l’allora segretario alle dimissioni dopo la vittoria di Cappellacci. Nel 2014, ancora a ridosso delle Regionali in Sardegna, rischia di ripetersi un copione simile, con la differenza che alcuni dei protagonisti di allora stanno subendo il contrappasso e che in ballo non c’è la poltrona di segretario, ma quella di presidente del Consiglio. Eppure, viste da fuori, queste differenze rischiano di non cogliersi, e mentre il Pd continua a farsi la guerra da solo i suoi avversari sentitamente ringraziano.

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