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Ago
06

Raisiko

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Una frase di Renzi, nel confronto televisivo alle primarie del 2012 contro Bersani, scatenò l’entusiasmo dei suoi sostenitori e mise in difficoltà gli avversari: denunciava, con i toni forti del rottamatore, che in Italia si fa carriera “perché conosci qualcuno”, anziché andare avanti “perché conosci qualcosa”. E l’allora sindaco di Firenze prometteva, naturalmente, di cambiare verso, anche se lo slogan non era ancora quello. Il nuovo Consiglio di amministrazione della Rai nominato ieri dalla Commissione parlamentare di vigilanza ci informa che quel momento non è ancora arrivato: nonostante l’autorevolezza di qualche nome – anche per merito di Cinquestelle e Sel, convenuti su Freccero – si respira l’aria di sempre. Con la sensazione che, finora, i partiti abbiano scelto più in base alle appartenenze che alle competenze.
La premessa, forse un po’ scontata, è che non basta essere giornalisti – o essersi occupati nella vita di cultura – per dirsi competenti di televisione, né a volte basta essersi occupati di televisione per capire fino in fondo la Rai, mostro a più teste che mette insieme i doveri del servizio pubblico e le esigenze di chi, come le tv commerciali, deve in qualche modo far quadrare i conti attraverso la pubblicità e dunque l’audience dei propri programmi.
Come diceva un vecchio promo, la Rai è davvero di tutto e di più. Può essere un paraministero – e fisicamente lo è davvero, nei corridoi di viale Mazzini con gli armadi in formica e le stanzette buie, tramezzi di carta velina e televisori sempre accesi sulla rete di riferimento – ma anche un laboratorio di innovazione, come è stato in varie occasioni. La Rai è croce e delizia, è talvolta un gigante immobile chiamato a sfidare in velocità i cambiamenti repentini delle telecomunicazioni, con concorrenti nati snelli e più attrezzati per un certo tipo di gare. Ma è anche un agente culturale enorme, o almeno può tornare ad esserlo, come nessun’altra pay tv o competitor nel mercato.
Nel nuovo cda, o almeno nei sette nomi di competenza della Commissione di Vigilanza, regna sovrana la filosofia della legge Gasparri: le forze politiche devono avere a viale Mazzini dei referenti affidabili, in base alla propria forza parlamentare. Che ufficialmente è una garanzia di pluralismo, per dare a tutti gli elettori (dunque ai cittadini) la possibilità di vedere rappresentate le proprie idee, ma in pratica – nel corso degli anni – si è rivelata solo uno spiegamento di carrarmati per vincere poi nel Risiko delle nomine a cascata (direttori di rete e di tg, ad esempio) e del controllo dei palinsesti.
Il fatto che sia andata così finora non vuol dire che debba continuare per sempre, ci mancherebbe. E magari sarà proprio questo nuovo consiglio d’amministrazione, guidato da un manager con competenze specifiche nella tv e nell’innovazione come Campo dall’Orto, a stupire per la propria capacità di rivoltare la Rai come un calzino: il sogno di tutti, almeno a parole, è che la tv di Stato ritorni ad essere un motivo d’orgoglio come ai tempi della sua nascita, quando era un punto d’arrivo per i migliori professionisti del settore e non una tappa – più o meno anonima – di carriere nel sottobosco della politica.
Non è mai elegante soffermarsi sui singoli nomi, anche se la tentazione di farlo sarebbe enorme, ma di certo nel nuovo cda c’è molta parapolitica. In alcuni casi ci sono i famosi “giornalisti d’area”, in altri ci sono persone di partito (talora addirittura di corrente) che hanno sempre orbitato attorno al settore della cultura, ma senza competenze specifiche: nomi potenzialmente caldi per qualsiasi cda, da quello dell’auditorium di Roccacannuccia a quello della Biennale di Venezia, ma difficili da conciliare con le promesse di chi avrebbe fatto dell’Italia un Paese meritocratico. Colpa della legge Gasparri? Sì, certamente. Ma anche della mancanza di coraggio di chi – come a Risiko, appunto – vede la Rai come un campo di battaglia e si preoccupa soprattutto di piazzare i propri carrarmati per non essere spazzato via.

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