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Mar
14

Restiamo disumani, ché è forse meglio di Ivano Sartori


Scambiatevi un segno di pace, ingiunge dall’altare il prete con paterna esortazione. Le docili pecorelle si stringono la mano. Uomini e donne, giovani, vecchi e mezzani che hanno litigato con vicini e parenti, che tengono il muso a fratelli e sorelle, che insolentiscono genitori si affratellano in un indotto e gratuito gesto di pace con sconosciuti e conosciuti di vista elargendo sorrisi solitamente estranei alle loro labbra. Eseguono un rituale, un surrogato di liturgia partecipata. Ottiene più obbedienza e rispetto la fede, qualsiasi fede, dell’amore domestico e famigliare, nonostante questi venga prima che l’essere umano maturi la consapevolezza o l’incoscienza che lo portano ad abbracciare una fede. Si nasce e si cresce in una famiglia, prima che in una chiesa o nella fede in un’ideologia. Eppure fedi e filosofie riescono a spremere dall’essere umano più di quanto vi riescano l’amore di genitori, fratelli, sorelle, nonni.
Le diverse fedi, tante sempre di più, religiose o laiche, incrinano legami ereditati ed ereditari fino a lacerarli. Perché? Perché la capacità persuasiva di una fede che promette salvezza eterna o paradisi terrestri è superiore a quella di un famigliare che ti vuole solo bene? Ma allora è per interesse personale che si persegue il bene, che si crede in Dio, in una qualsiasi divinità, in un sacerdote, un profeta, un guru che lo testimonia? È per venalità spirituale? In altre parole, si pecca contro il prossimo, ci si accomoda la coscienza con un gesto di pace che non costa niente se non un po’ di gel sulla mano, e poi si torna a casa a coltivare cattivi pensieri, a perpetrare pessime azioni contro chi dovrebbe esserti caro e a cui sei probabilmente caro. Il problema alla fine si riduce tutto a una questione di prossemica, che non ha nulla a che vedere con il prossimo inteso come tuo simile, ma con la contiguità fisica. Per la prossemica, che misura la giusta distanza, è più facile amare Dio perché è lontano piuttosto del famigliare, che ti è vicino, lo vedi tutti i giorni e la cui prosaica vicinanza ti disturba.
Così va il mondo nel mondo degli esseri umani che credono di restare umani esercitando con dolcezza la propria ipocrita disumanità. Se così stanno le cose, preferisco la scomoda disumanità. Preferisco trascurare la verità, soprattutto quella con l’iniziale maiuscola, a vantaggio della sincerità. Non bastano gesti, riti, parole per restare umani. Non basta dire «andrà tutto bene» perché vada tutto bene. La superstizione, e tutte le sue forme più raffinate ed evolute, sono anestetici che addormentano la coscienza senza toglierci il dolore di essere creature umane molto disumane. Ci siamo fatti da soli, Dio non ha colpa. Oltre a non avere meriti.

Foto scattata a Milano Marittima di Silvia Tenenti.

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