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Gen
17

Scherza coi fanti

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A Manfredonia, sede di un Carnevale in grande stile, i fatti di Parigi non sono passati inosservati. E così, dice il sito della manifestazione, l’agenzia per il Turismo “indice, in memoria delle vittime di cotanto atto terroristico, la prima edizione del concorso denominato Premio Carnevale in Satira: Je Suis Charlie”. Basta mandare una vignetta satirica in formato A4 a tema carnevalesco, ma attenzione: il punto 1 del regolamento precisa che “non saranno accettate vignette che offendano il decoro pubblico e la religione”. Un premio dedicato a Charlie Hebdo, insomma, che Charlie Hebdo non potrebbe mai vincere perché non passerebbe nemmeno le selezioni.
In rete ci si diverte, con sarcasmo e indignazione, commentando che questa è l’Italia. E denunciando l’ipocrisia di chi pensa di ingabbiare la satira nel politicamente corretto, e spiegando che non si può fare il selfie con la matita per difendere la libertà di espressione ma poi chiedere agli umoristi, pochi giorni dopo, di scherzare coi fanti lasciando stare i santi. Il caso specifico fa piuttosto ridere, e per un po’ si è pensato che fosse la trovata di qualche buontempone. Il dibattito, invece, resta aperto e il confine sottile: anche nei Paesi occidentali, infatti, alcuni paletti li fissa la legge e altri la cultura.
In Italia, ad esempio, i giudici si sono più volte pronunciati e il quadro è abbastanza chiaro: alla satira – ricorda ad esempio la Cassazione nel 2007, quando condanna Giorgio Forattini per una vignetta di 9 anni prima contro l’allora procuratore capo di Palermo, Giancarlo Caselli – è inapplicabile il metro della correttezza dell’espressione, ma non il limite della continenza; al pari di ogni altra manifestazione del pensiero, non può infrangere il rispetto dei valori fondamentali della persona. Con maglie più larghe rispetto all’informazione, naturalmente, perché alla satira non è chiesto il requisito della veridicità; ma non senza regole, appunto, perché l’ordinamento giuridico cerca di trovare un bilanciamento quando sono in gioco più beni. Il sentimento religioso è tra questi e dunque la Corte Costituzionale, nel 1988, esclude dalla tutela dell’articolo 21 “la contumelia, lo scherno, l’offesa, per dir così, fine a sé stessa, che costituisce ad un tempo ingiuria al credente e oltraggio ai valori etici di cui si sostanzia ed alimenta il fenomeno religioso”.
Ma sono forse i paletti della cultura quelli più problematici, perché qui i confini sono ancora più labili. E così, mentre Charlie Hebdo viene assurto a simbolo del martirio per la libertà d’espressione, in Francia il comico Dieudonné viene addirittura incarcerato con l’accusa di aver difeso i terroristi. La prima reazione è in bianco e nero: di qui la satira, di lì l’antisemitismo e il razzismo. Poi, ripescando alcune copertine storiche di Charlie Hebdo e leggendo la lettera del comico al ministro dell’Interno francese, diventa un problema di sfumature di grigio, e proprio ieri su Repubblica Adriano Sofri coglieva il punto: il vittimismo dell’odioso Dieudonné e i suoi toni disgustosi rimangono, ma mentre “la differenza fra una questione di gusto o di morale e un reato sembra abbastanza netta”, in realtà “non è così, e il limite si fa sfuggente ed esposto alle convenienze”.
C’è in effetti dell’altro, dietro alla mobilitazione generale per Charlie, che non sia la difesa tout court della libertà d’espressione. In Francia c’è il desiderio di riscoprirsi comunità attorno ai propri valori fondanti, e la laicità è certamente uno dei collanti dello Stato repubblicano. Nei governi europei – al netto delle gomitate tra i vari leader, denunciate da Renzi stesso, per non perdere la photo opportunity – c’è la presa di coscienza di aver fatto troppo poco, finora, per costruire un soggetto politico vero, capace di tener testa agli Stati Uniti, alla Cina o alla stessa India, tanto per citare la risoluzione di ieri a Strasburgo sui marò. Tra la gente comune, infine, c’è un po’ di tutto: c’è chi ha comprato Charlie Hebdo per convinzione e chi – come quelli che cercano l’Osservatore Romano dopo l’elezione del Papa, o la Gazzetta dello Sport dopo aver vinto i Mondiali – solo per conservare in casa un pezzo di storia; chi darebbe davvero la vita per la libertà di espressione e chi, come molti altri, è uno strenuo difensore della satira solo fino a quando non ne diventa il bersaglio.

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