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Ott
11

Sotto la pancia

andreasarubbi


La forza di Grillo è anche la sua debolezza. È l’esigenza di semplificare tutto, di dividere il mondo in bianco e nero, in buoni e cattivi, perché il voto di pancia non ha bisogno d’altro. È l’evocazione continua di complotti – locuzioni preferite in Aula dai suoi parlamentari: “stranamente” e “guarda caso” – e di sillogismi da bar, del tipo: tu ti lavi i denti, le multinazionali vendono dentifrici, tu fai gli interessi delle multinazionali. Basta evocare, in effetti, perché la pancia si metta in moto: se invece si approfondisce appena un po’, la pancia si annoia in fretta. I non amanti della rete la chiamerebbero “sindrome da Facebook”, dove basta un “mi piace” per schierarsi: di qua o di là, ma soprattutto mai in mezzo, perché la terra di mezzo è la terra dell’inciucio.
Sul reato di immigrazione clandestina è successo proprio questo: sillogismo da bar (abolizione del reato penale uguale frontiere aperte, mentre invece resta l’illecito amministrativo e dunque la previsione dell’espatrio), evocazioni di legislazioni straniere (anche di quelle in cui l’azione penale non è obbligatoria, quindi il reato rimane tale ma non finisce mai in tribunale), dimenticanze – qui uno “stranamente” o un “guarda caso” ci starebbe bene – di sentenze della Corte di Giustizia europea e della stessa Corte costituzionale. Ma soprattutto, come Grillo e Casaleggio ammettono sul blog, populismo dichiarato: la politica non deve educare, deve solo rastrellare gli umori della gente, perché questo dice la legge del consenso. Altrimenti, spiega candidamente il post di ieri, si finisce a “percentuali da prefisso telefonico”.
La democrazia, per fortuna, permette e incoraggia il confronto tra idee diverse: non sono pochi gli studiosi conservatori schierati a favore del reato di clandestinità, dopo averne esaminato pregi e difetti dal punto
di vista della sicurezza, delle carceri, dei rimpatri, dell’ordine pubblico, della convivenza civile. La differenza con Grillo, però, è sostanziale, e si chiama elaborazione politica: la sua mancanza è un difetto comune a tutte le forze populiste, che siano di destra o di sinistra, e difficilmente porta a migliorare la società. Se specularmente si dicesse “accogliamo tutti per sempre” e “aboliamo le frontiere”, portando la discussione sull’asse bontà-cattiveria, si commetterebbe lo stesso errore. Perché una legge fatta con la pancia, che sia una pancia di destra o di sinistra, non sarà mai una buona legge.
Se davvero si vuole cambiare l’Italia, non bastano facce nuove: occorre la competenza. E la competenza, che è un processo graduale, è spesso nemica delle semplificazioni: per dirla alla Socrate, più sai e più ti accorgi di non sapere. Sarà per questo, probabilmente, che nelle amministrazioni locali molti eletti del MoVimento 5 Stelle stanno dando il meglio di sé: approfondiscono i temi, si presentano alle discussioni preparati, vanno oltre le divisioni ideologiche e propongono soluzioni pratiche. Perché a livello locale il voto guarda alle cose concrete, ai risultati ottenuti, e non si può nutrire con i “mi piace” o i “non mi piace” di un popolo affamato di ghigliottina.
Qualcosa di simile sta avvenendo anche in Parlamento, nelle Commissioni, dove i deputati e i senatori grillini svolgono un ruolo propositivo che viene riconosciuto loro anche dai colleghi di altri schieramenti: la Commissione, infatti, è il luogo in cui si mettono insieme le competenze e si cercano soluzioni, e non è raro che parlamentari di diversi schieramenti – esperti dello stesso tema – trovino un accordo. Ma poi, una volta arrivati in Aula, cambia tutto: lì la competenza è molto più diluita, e il livello di semplificazione cresce. Si ritorna, all’improvviso, con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, con gli “stranamente” e i “guarda caso”, pronti a offrire materiale per il prossimo post di Grillo.

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