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Feb
15

Storia di un trappolone e di una congiura



Dopo le giravolte, gli sgambetti, le varianti e le scorciatoie per arrivare a Palazzo Chigi, l’arrampicatore fiorentino ha escogitato il modo per “comprare” senza spendere un euro il consenso di un bel numero di parlamentari di tutti i partiti (compreso al suo)
di Ennio Simeone
Alle 13 in punto di oggi, venerdì 14 gennaio, Enrico Letta ha varcato la soglia del Quirinale, per presentare al presidente della Repubblica le dimissioni irrevocabili dal presidente del Consiglio, mentre i telegiornali e i giornali radio davano notizia che per la prima volta dopo molti mesi l’indice del Pil (il Prodotto interno lordo) dell’ultimo trimestre del 2013 finalmente mostra un segno positivo e la spesa pubblica un calo di 78 miliardi; più tardi una terza notizia positiva: l’agenzia di rating Moody’s informa di aver promosso l’Italia confermando il rating Baa2 e che è stato rivisto al rialzo l’outlook, che passa da negativo a stabile. La decisione è stata presa il 10 gennaio scorso. Tre risultati di un duro, costante, certosino lavoro di 9 mesi del suo governo per far risalire l’Italia dalla condizione stagnante in cui si trovava quando lui ne ha ereditato la guida. Quasi un beffa. La non casuale coincidenza con l’esito di un evento che ha lasciato senza parole persino gli osservatori stranieri.

Una congiura o un trappolone? Quando si conosceranno tutti i retroscena della riunione della Direzione del Pd che ha votato – caso unico nella storia di questa repubblica – il documento con cui un partito dà il benservito ad un suo autorevole ed eccellente dirigente nel momento in cui tra immense difficoltà stava guidando il governo nella più difficile situazione politica ed economica che potesse toccargli si potrà stabilire quale sia il termine più esatto. Ma probabilmente a quel punto si accerterà che i due sostantivi non sono in alternativa tra loro ma perfettamente convergenti. Anzi, hanno come autori e protagonisti non solo i dirigenti e i parlamentari del Pd ma anche dirigenti e parlamentari di altri partiti, persino quelli della cosiddetta opposizione.

La trama è meno intricata di quanto si possa immaginare. L’arrampicatore Matteo Renzi, che, dopo aver perso le primarie contro Bersani nel 2012, non ha abbandonato nemmeno per un istante l’ambizione di dare la scalata a Palazzo Chigi, imbocca subito la “variante” per arrivare, sia pur con 12 mesi di ritardo, alla stessa mèta. La sua rincorsa comincia subito dopo le elezioni di febbraio 2013, quando comincia a tagliare l’erba sotto i piedi di Bersani accusandolo di aver “perduto le elezioni”, di aver “mancato il rigore a porta vuota”, fino a farlo schiantare a marzo contribuendo a far saltare l’elezione di Romano Prodi a presidente della Repubblica (“il cavallo azzoppato va abbattuto” era in quei giorni lo slogan dei suoi uomini in parlamento). Però sulla sua strada gli si para, imprevisto ma incolpevole, Enrico Letta, scelto da un rieletto Napolitano per guidare un governo “di servizio”, ribattezzato “di larghe intese” con l’inevitabile appoggio di Berlusconi.

Il boy-scout fiorentino non si scoraggia. Anzi, ha delle carte in più da giocarsi: gli sberleffi che aveva riservato a Bersani per essersi fatto prendere in giro in streaming da Grillo li riversa sul suo “amico” Lertta per aver fatto il governo con il sostegno del Cavaliere. Ma succede che Letta mette a segno un piccolo capolavoro: provoca una insperata spaccatura nel fronte berlusconiano, una inimmaginabile scissione in piena regola che porta alla caduta delle vituperate “larghe intese” timbrate Arcore e la trasformazione in intese “ristrette” ma più coese che rafforzano perciò la maggioranza e danno maggior peso proprio al Pd.

Renzi vede restringersi il varco che porta verso la sua meta finale e allora decide di raddoppiare il fronte di attacco: cambia opinione sulla importanza della carica di segretario del Pd, che aveva snobbato considerandola come un ripiego che gli si proponeva per distoglierlo dall’obiettivo principale e per tenerlo in quarantena, e si getta a capofitto nelle nuove primarie alla conquista del posto vacante di largo Nazareno. Vince a mani basse sia perché ha di fronte due signori della politica, rispettabili e stimabili, ma sostanzialmente due “palle mosce” al suo confronto: Cuperlo e Civati, sia perché a votare a quelle primarie (una assurdità) vengono ammessi con grande e vacua enfasi “aperturista” anche gli elettori che non solo non sono militanti del Pd ma che non hanno mai nemmeno votato per il Pd. Il sindaco di Firenze ha la strada spianata, e non poteva essere altrimenti in una fase della nostra vita in cui la demagogia viene esaltata in tutte le ore del giorno e della notte dalla spettacolarità delle piazze televisive gestite (salvo qualche eccezione) da cialtroni travestiti da giornalisti disinvoltamente a caccia di audience.

A quel punto, altro che messo in quarantena! Renzi si assegna, nel circo mediatico e politico, un nuovo ruolo: quello di domatore nella gabbia dei leoni, anzi del leone, l’unico che ha interesse a punzecchiare, provocare, frustare, cioè Enrico Letta: per stimolarlo, dice; per la gioia degli spettatori, assicura. E’ un tormentone quotidiano – in sintonia con i suoi fedelissimi disseminati nei vari programmi tv – che passa dal rimprovero al capo del governo di non aver fatto le riforme istituzionali e la riforma della legge elettorale (che non spettano, anzi non sono assolutamente di competenza del governo; ma il grosso pubblico non lo sa) alla assillante sollecitazione ad “uscire dal pantano” anche quando Letta, senza risparmiare energie, si muove con autorevolezza alla conquista, in Europa e nel mondo, di prestigio, credibilità, di fiducia e di mercati per le imprese italiane. Una sua attaché, la Serracchiani, arriva a chiedere le dimissioni del ministro Zanonanto, anche lui del Pd, per la conduzione di una vicenda aziendale, quella della Elettrolux.

Giovani turchi e palle mosce. Ma nel partito nessuno osa ostacolarlo a viso aperto. Cuperlo ci prova dimettendosi dalla carica di presidente del Pd, che aveva incautamente accettato, ma poi si rannicchia in una sbiadita posizione mediatrice; Civati lo fa con maggiore energia e fantasia, ma si arena nella sua insulsa richiesta di “elezioni subito”. Per il resto mezze figure: giovani “turchi” che sembrano ospiti di case di riposo e vegliardi che s’imbellettano come prostitute. Quelli in grado di farsi sentire e di dire e di fare cose interessanti si ritraggono nel loro guscio, tra sfiducia e opportunismo.

E quando questo campione di efficientismo, proprio in nome dell’efficienza, accoglie in via del Nazareno, nella sede del Pd, proprio quel Berlusconi che aveva additato come il simbolo dell’inciucio, delle “larghe intese”, della contaminazione di Letta, per concordare con lui una legge elettorale che il padre del “porcellum”, Calderoli, si è detto disposto a considerare come sua seconda figlia, nessuno batte ciglio. Anzi non c’è nessuno che obietti ai suoi corifei – che si compiacciono del fatto che “Renzi in pochi giorni ha fatto la legge elettorale che in anni non si è fatta” – che ciò non è affatto vero perché si tratta di una porcheria che allontana ancor più i cittadini dalla politica e comunque ce ne vorrà di tempo perché sia approvata, ammesso che lo sia.

Però la volpe fiorentina ha capito che l’uva è matura per essere colta. Ma decide di non coglierla, meglio farla cadere semplicemente: ripete che è urgente fare un programma di coalizione insieme con i partiti della maggioranza, ma fa slittare di settimana in settimana l’appuntamento, con un logorio scientifico del capo del governo, col pretesto che la priorità è l’approvazione della legge elettorale. Figurarsi…Campa cavallo.

Enrico Letta ci casca. Ha dovuto ammetterlo: si fida del segretario del suo partito, come quando si chiamava ancora… Pierluigi Bersani, uomo per bene di scuola comunista. Quando se ne accorge è troppo tardi e tenta il contropiede, presentando frettolosamente mercoledì 12 febbraio in una conferenza stampa il documento programmatico “Impegno Italia” da sottoporre alle forze (o debolezze?) politiche di maggioranza. Non immaginava che Renzi, smentendo spudoratamente tutto quello che aveva detto fino a un giorno prima (“sosterrò l’amico Letta”, “approviamo la legge elettorale e poi si va a votare”, “non ho alcuna voglia di andare a Palazzo Chigi”, “questo governo durerà fino a dopo la presidenza italiana del semestre europeo”), andasse quel giorno stesso da Napolitano a dirgli di aver predisposto tutto per sfilare la seggiola di capo del governo all’amico Enrico e per mettercisi a sedere lui.

L’esca. Come c’è riuscito? Più semplice del previsto. E’ bastato mettere insieme la giusta dose di furbizia, cinismo e spregiudicatezza per preparare il “trappolone”. Sconfessando tutte le promesse di restituire, con una nuova legge elettorale da approvare subito, la parola agli elettori (di qui l’urgenza di mettersi d’accordo col “nemico”), annuncia che è opportuno fare un nuovo governo “di legislatura”, cioè che duri fino al 2018. E’ l’appetitosa esca lanciata a pesci grandi e piccoli nel mare torbido della politica: la garanzia, cioè, per tutti i deputati e senatori (soprattutto) eletti un anno fa e per i relativi apparati di rimanere in parlamento non per un anno – come garantiva il governo “di servizio” di Letta – ma per ben quattro anni. Indennità assicurata e il “miracolo” si è compiuto. Tranne qualche distinguo, tutti hanno detto che va bene così: stessa maggioranza, stessi patti, cambia solo il presidente.

E nel Pd? Quasi tutti contenti anche lì. Ma come mascherare quella indecente congiura che si è consumata giovedì pomeriggio a Roma nelle stazze del largo Nazareno assediato da torme di poveri cronisti ignari e balbettanti davanti alle telecamere? Dicendo che lo si è fatto per salvaguardare l’unità del partito. E Napolitano? Preso per stanchezza.

Insomma, mentre a Napoli Berlusconi viene processato per aver comprato, di tasca sua, nel 2008 un pugno di senatori sul mercatino di Palazzo Madama per far cadere il governo Prodi, Matteo Renzi ascende a Palazzo Chigi per aver comprato in blocco, senza sborsare un euro, un sacco di deputati e senatori con le indennità pagate dallo Stato (che non ci rimette nulla perché comunque qualcuno deve pur pagare per occupare quegli scranni). Ciascuno decida chi dei due è il più fedele interprete della italica fierezza.

PS. Comunque speriamo che vada a finire bene.

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