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Ott
31

Tra indignati e prèfiche di Ennio Simeone


ORA DI PUNTA


Un’antologia di indignazioni: “Violazione del principio di civiltà” (Angelino Alfano), “Pagina buia per le regole parlamentari” (Renato Schifani), “Una decisione contra personam” (Renato Brunetta), “Il Pd sceglie la barbarie” (Daniele Capezzone), “Una nefandezza” (Gaetano Quagliariello). Sono solo alcune delle espressioni usate dagli esponenti del Pdl – senza distinzione tra i fedelmente berlusconiani e i diversamente berlusconiani – per bollare la decisione della Giunta del Regolamento del Senato di optare per l’adozione del voto palese nella seduta che dovrà decidere sulla decadenza di Silvio Berlusconi.
Purtroppo a far loro eco, sia pur con tutt’altro tono e persino con nobili motivazioni, si sono fatte sentire alcune voci dal campo opposto, non si sa se più per sincero timore di un eccesso di coerenza con la logica e con le regole o più per opportunistico tatticismo o più semplicemente per spocchia da contagio per l’occasionale vicinanza con l’indigesto comico genovese.
Eppure a supporto della decisione della Giunta vi sono almeno due ragioni di elementare chiarezza.
La prima (e basterebbe da sola a chiudere l’argomento): il voto al quale è chiamato il Senato (speriamo presto) non dovrà esprimere un giudizio su una persona (cosa che per prassi viene trattata con voto segreto): la persona in questione, Silvio Berlusconi, è stata già giudicata in via definitiva dopo tre gradi di giudizio. Il Senato dovrà esprimersi semplicemente sulla applicazione o meno di una legge, la legge Severino, votata meno di un anno fa dal parlamento all’unanimità, che prescrive incandidabilità e ineleggibilità per una persona che sia stata condannata per un reato che prevede una pena superiore a due anni (e che comunque, nel caso in oggetto, ne comporta anche l’interdizione dai pubblici uffici per 2 anni). Dovrebbe essere un adempimento persino superfluo, trattandosi in realtà di un automatismo, come lo è stato in altri 36 casi in cui la legge Severino è stata applicata in questi mesi, senza che nessuno abbia sollevato obiezioni.
La seconda ragione: chi viene eletto al parlamento con il compito, sancito dalla Costituzione, di rappresentare la nazione senza vincolo di mandato ha il dovere di agire secondo coscienza e di esporre la propria coscienza alla piena trasparenza: non può nasconderla dietro il paravento della segretezza.
Dunque, sia gli indignati sia le dolenti prèfiche della decisione della Giunta avrebbero dovuto scandalizzarsi, semmai, se questa avesse stabilito che il Senato andasse a votare a scrutinio segreto. E invece a sentirli dobbiamo dedurne che sognano un parlamento di codardi?

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