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Dic
12

Un centenario fiorentino


L’uomo è poco noto perché non è un eroe; non è un “grande”; ma un ricordo l’uomo che rubò al Louvre la Gioconda mi pare se lo meriti, nel centenario del ritrovamento. Non fosse altro che per avere scelta Firenze come luogo ideale dove approdare con quella preziosa tela che ormai era diventata una sua dolce ossessione. Il furto (ma si può chiamare così?) era avvenuto la notte tra domenica 20 e lunedì 21 agosto 1911, prima di un giorno di chiusura del museo; della sottrazione si accorse lunedì stesso un copista, Louis Béroud, che aveva avuto il permesso per riprodurre l’opera a porte chiuse. La notizia del furto fu ufficializzata solo il giorno dopo, anche perché all’epoca non era infrequente che le opere venissero temporaneamente rimosse per essere fotografate. Ma quando l’antiquario Alfredo Geri, che aveva negozio in via Borgognissanti si vede arrivare una lettera, firmata “Leonard”, dove gli si comunica che il dipinto di Leonardo “è nelle mie mani, appartiene all’Italia perché Leonardo è italiano”, mancano pochi giorni al Natale del 1913. Lui pensa ad uno scherzo giocatogli da chissà chi, ma deve ricredersi: Leonard, l’uomo della sorpresa, esiste veramente. In una mattinata fredda, è il 12 del mese di dicembre, vede infatti entrare in bottega uno che, perlomeno all’ aspetto, non ha 1′aria di un cliente; ciò che indossa, anche se l’abito non fa il monaco, è roba troppo usuale per concedergli il ruolo di chi sia interessato a spendere denaro in oggetti d’arte. Quando dice che è lui il Leonard della lettera, il Geri è insieme incuriosito e imbarazzato. Si tratta di un mitomane o di uno che tenta una truffa? La risposta al dopo, perché l’uomo gli dice che il quadro lui lo ha nascosto nell’armadio di una stanza d’albergo, in via Panzani. Se vuole lui glielo consegnerà; non chiede denaro, ma desidera che il Geri lo aiuti a muovere le acque perché l’opera di Leonardo possa restare in Italia. Proprio a Firenze, agli Uffizi; l’uomo dichiara di aver studiata la cosa e che quella è l’unica galleria che si meriti di ospitare la sua Gioconda. Dice “sua” come si esprimerebbe uno innamorato di una donna. Il Geri è indeciso su come comportarsi: sarebbe tentato di muoversi senza avvertire alcuno, ma poi la prudenza lo consiglia diversamente: c’è troppo da rischiare. Fissa un appuntamento con il misterioso Leonard nella sua stanza numero 20 al terzo piano dell’Hotel Tripoli (albergo che poi cambiò il nome proprio in Hotel Gioconda) ma, appena quello è uscito dal suo negozio, avverte la polizia. Quando si presenta in via Panzani l’antiquario è accompagnato dall’allora direttore degli Uffizi Giovanni Poggi. I due si accorsero che l’opera non era uno dei tanti falsi in circolazione, ma l’originale e se la fecero consegnare per “verificarne l’autenticità”. Nell’attesa il Peruggia se ne andò a spasso per la città, ma venne rintracciato e arrestato dalle guardie. Al momento dell’arresto Leonard guarda il Geri come si può fare con uno che t’abbia tradito. Tradito Leonard e la sua donna amata: la Gioconda.
Non viene ammanettato, ma gli vengono chieste le generalità: Vincenzo Peruggia, questo è il suo nome; nato a Dumenza, in provincia di Varese, l’8 ottobre 1881; ora residente a Parigi; operaio al Louvre, dove fa lo stucchinaio. Lui non ha rubato la Gioconda: così dichiara. L’ha presa, perché ritiene che l’opera fosse stata rubata durante le spoliazioni napoleoniche e che, quindi, i francesi tengano ingiustamente quel tesoro d’arte che non è loro. Spera che questo lo si capisca; chiede di non essere rimandato lo in Francia; di non subire processi neppure in Italia, anzi che venga riconosciuta la sua volontà di rendere un favore alla sua patria. Lo stanno a sentire in questura; pensano ad uno squilibrato, ma man mano che l’interrogatorio va avanti mutano parere; l’uomo è così come dice di essere: un sognatore che in nome di chissà quali segreti ideali ha compiuto un gesto criminoso. Lo aveva rubato rinchiudendosi nottetempo in uno sgabuzzino e, trascorsavi la notte, uscendo dal museo a piedi con il quadro sotto il cappotto: egli stesso ne aveva montato la teca in vetro, quindi conosceva come sottrarlo. Uscì in tutta calma: chiese anche a un idraulico un aiuto per uscire dal museo, essendo sparita la maniglia del portone d’ingresso, e all’uscita sbagliò tram, optando poi per un più comodo taxi. Messa l’opera in una valigia, posta sotto il letto di una pensione di Parigi, la custodì per ventotto mesi e successivamente la portò nel suo paese d’origine, a Luino, con l’intenzione di “regalarlo all’Italia”, ottenendo da qualcuno delle garanzie che il quadro sarebbe rimasto nel suo paese. È costretto a vedere portar via la Gioconda che è rimasta per un po’ nella stessa stanza del commissariato dove l’hanno interrogato. Chiede dove sarà condotta: agli Uffizi, gli rispondono. Solo per poco però; dovrà resa alla Francia; insomma al Louvre. È questo che lo amareggia; Vincenzo Peruggia chiede, implora che non rendano inutile il suo gesto; loro cercano di spiegargli che non c’è via diversa da potere seguire. Infatti è vero che molte opere d’arte sono state trafugate dall’Italia e oggi sono esposte illegittimamente in musei stranieri ma la Gioconda no: la portò in Francia lo stesso Leonardo, nel 1516, che potrebbe essere stata poi acquistata, assieme ad altre opere, da Francesco I. Si sa che un secolo dopo, nel 1625, un ritratto chiamato “la Gioconda” fu descritto da Cassiano dal Pozzo tra le opere delle collezioni reali francesi. Altri indizi fanno pensare che fin dal 1542 si trovasse tra le decorazioni della Salle du bain del castello di Fontainebleau. Più tardi Luigi XIV fece trasferire il dipinto a Versailles. Dopo la Rivoluzione francese, venne spostato al Louvre. Napoleone Bonaparte lo fece mettere nella sua camera da letto, ma successivamente tornò al Louvre. Durante la Guerra Franco-Prussiana del 1870-1871 fu messo al riparo in un sito nascosto.
Approfittando del clima amichevole che allora regnava nei rapporti tra Italia e Francia, il dipinto recuperato venne esibito in tutta Italia: prima agli Uffizi a Firenze, poi all’ambasciata di Francia di Palazzo Farnese a Roma, infine alla Galleria Borghese (in occasione del Natale), prima del suo definitivo rientro al Louvre dopo quasi due anni. La Monna Lisa arrivò in Francia a Modane, su un vagone speciale delle Ferrovie italiane, accolta in pompa magna dalle autorità francesi, per poi giungere a Parigi dove, nel Salon Carré, l’attendevano il Presidente della Repubblica francese e tutto il Governo.
Il Peruggia, come lo si volesse in qualche modo giustificare, non fu estradato, così come veniva richiesto dall’autorità francese, ma fu processato e Firenze, difeso gratuitamente da due principi del foro. La sua difesa si basò tutta sul patriottismo e suscitò qualche simpatia (si parlò di “peruggismo”). Egli stesso dichiarò di aver passato due anni “romantici” con la Gioconda appesa sul suo tavolo di cucina. La condanna fu mite, venne definito mentalmente minorato e condannato ad una pena di un anno e quindici giorni di prigione, poi ridotti a sette mesi e quindici giorni, passati nelle carceri fiorentine delle Murate. Vincenzo Peruggia visse così la sua straordinaria avventura fiorentina. L’uomo che voleva la Gioconda agli Uffizi, l’unico museo che se la meritava, fu cittadino di Firenze che si potrebbe dire onorario.
Scontata la condanna, dopo una breve sosta in città, se ne ripartì in silenzio come era arrivato. Vincenzo Peruggia, Leonard per Firenze, morirà a Parigi, dove ha osato tornare sotto falso nome sfidando la polizia francese, l’8 ottobre 1925, lo stesso giorno d’ottobre in cui era nato quarantaquattro anni prima. Se in questo particolare volete leggere un segno o una profezia fate pure. L’uomo se lo merita.

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