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Nov
16

Venti di guerra nella politica di Nuccio Fava


ORA DI PUNTA


E’ un peccato che i ritmi dell’informazione e i vortici della politica non facilitino riflessioni più adeguate all’importanza degli eventi. Accade per l’incontro tra il presidente Napolitano e papa Francesco in restituzione della visita in Vaticano. Da tempo ormai i rapporti tra le due rive del Tevere si ripetono con grande serenità e comprensione reciproca e Porta Pia è davvero una pagina remota. Merito del cammino storico racchiuso nella Costituzione repubblicana che riconosce Stato e Chiesa “ciascuno nel proprio ordine indipendente e sovrano”. Si sente l’eco della formula di Cavour ”libera Chiesa in libero Stato” che se accolta e compresa a suo tempo, avrebbe potuto evitare lutti e tensioni che tanto negativamente hanno pesato sul processo unitario dell’Italia.
Perché allora rilevante e significativa anche questa visita del nuovo pontefice? Da un lato Napolitano è il primo presidente ad essere eletto per la seconda volta, in una condizione drammatica e di stallo del sistema politico e d’impotenza dei partiti. Il nuovo Papa è il primo nella storia della Chiesa a portare il nome del poverello di Assisi e a provenire dallo sprofondo dell’Argentina dove la sua famiglia di origine piemontese era emigrata in cerca di lavoro e pane. Concorrono questi elementi anch’essi a definire la novità dell’evento e la naturale sintonia tra i due interlocutori. C’erano però soprattutto gli atti di papa Francesco, le sue visite a Lampedusa e ad Assisi dopo le giornate mondiali della gioventù in Brasile, la sua catechesi cordiale durante la messa a Santa Marta o gli incontri con immensa partecipazione di popolo in piazza san Pietro. Occasioni che il Papa “utilizza” per collegare fatti di cronaca ai grandi temi della storia della salvezza, per esprimere anche giudizi severi contro la guerra, la corruzione e le ingiustizie che provocano fame e morte per milioni di esseri umani. Sono impostazioni che trovano la rispettosa condivisione e l’apprezzamento del presidente della Repubblica, che non riesce però a nascondere l’amarezza e la sua seria preoccupazione per la gravità e l’incattivimento della situazione italiana.
Mentre al Quirinale spira così una bell’aria e spirito di incoraggiamento per una concordia indispensabile, nella Roma dei palazzi della politica è tempesta da ogni parte. La nuova Forza Italia è in preda ad un processo di liquefazione che resterà a mio avviso tale ben oltre le vicende di Berlusconi, sempre comunque in campagna elettorale secondo il tradizionale copione presentato tanti anni fa in diretta televisiva con firma di fronte a compiacenti telecamere. Di 5stelle sappiamo tutto attraverso le esternazioni quotidiane di Grillo amplificate in ogni modo dai media. Anche l’esperienza di Monti si affloscia tristemente tra lotte intestine e personalismi esasperati. Ma ciò che più preoccupa è la condizione del Pd, stretto tra la lotta all’ultimo voto tra Renzi e Cuperlo e ancora privo di una chiara identità e di motivazioni e proposte capaci di mobilitare nuove energie e nuovi consensi.
Anche il giudizio dell’Ue non aiuta, mentre l’infortunio a proposito delle pensioni e il forse troppo anticipato sciopero di lavoratori e studenti non contribuiscono a rasserenare il clima, senza dire delle strumentalizzazioni in atto intorno al riemergere della vicenda Cancellieri, che ottiene comunque solidarietà da Letta e Napolitano. A mia memoria mai la Repubblica ha corso rischi così pericolosi. Il presidente Letta ha risposto all’Ue che l’Italia ha fatto la sua parte e che “di solo rigore si può morire”. A condizione di non dimenticare che anche nel caos si può rischiare una brutta fine.

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