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Gen
24

La mortadella de nonno

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Campotosto è il paese di origine della mia famiglia.
Sta vivendo giorni molto difficili. La maggior parte delle case è lesionata, l’edificio del comune e parzialmente crollato. La neve lo ha isolato per giorni, impedendo a molte persone di uscire fisicamente dalle proprie abitazioni.
Il terremoto dell’Aquila del 2009 e quello recente di Amatrice lo avevano solo sfiorato.
Questo rischia di dare un colpo mortale a quello che resta della sua fragile economia e al morale di quelle coraggiose persone che, per amore o per impossibilità di un’alternativa, continuano a viverci non solo l’estate, ma tutto l’anno.
Le notizie che arrivano da parenti e conoscenti restituiscono solo parte della drammaticità della situazione, con l’incertezza e la paura di nuove scosse sempre incombenti.
Solo allo scioglimento della pesante coltre di neve che lo ricopre si potrà fare un bilancio dei danni, di quello che si è perduto e di quello che si può rimettere in piedi.
Quando arriverà la primavera, se vi va, prendetevi un sabato o una domenica e fateci un salto.
Da Roma in un paio d’ore siete su.
Sarete ricompensati da uno spettacolo di bellezza stordente. Vedrete il Gran Sasso che si specchia nelle acque blu del lago, riempirete gli occhi di tutte le tonalità di verde che riuscite a immaginare e i polmoni di un’aria leggera come l’acqua che esce dai fontanili che stanno lì ai bordi della strada.
Prima di andare via fermatevi a uno dei negozietti che trovate e portatevi via una coppia di mortadelle. Le famose “mortadelle di Campotosto” o “coglioni di mulo”. Quelle che faceva nonno, quelle di questa mia vecchia poesia che ne ricorda la dolce e semplice saggezza.
Abruzzo forte e gentile.
Terra dei miei padri.
Casa.

A legge li giornali stamattina
te passa de magnà la fantasia.
Sta storia der salame, vaffancina,
po’ pure fa venitte la fobia.

Se penso a quella bella mortadella
che nonno mio faceva con amore
e magnavamo co’ la caciottella
fatta co’ la sapienza del pastore
me viene da pensà che se ‘sta dieta
l’ha fatto campà quasi cento anni,
sarà pure dannosa ed incompleta,
ma pare che nun faccia poi ‘sti danni.

Er fatto che mi nonno campò tanto
me sa che c’entra poco cor salame
e se è finito tardi ar camposanto
e perché magnava quanno aveva fame,
che camminava tanto e senza fretta,
che quasi mai beveva e ‘n s’arrabbiava,
che mai fu schiavo della sigaretta
e che quell’aria bona respirava.

E dunque la morale? Po’ esse questa:
Nun ve negate quello che ve piace,
basta che è roba bona. E co’ la testa
cercate de sta’ sempre in santa pace.

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