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Feb
25

Pensierino di Falbalà di Matilde Mangold


“… Forse sarebbe venuto il giorno in cui, per disgrazia e monito agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi e li avrebbe mandati a morire in una città felice.” (dal romanzo “La Peste” di Albert Camus)
Parafrasando le parole dello scrittore Camus, il nostro paese – figlio dell’Occidente costellato di “città felici” dove la livella sociale della malattia e dell’epidemia non è mai stata contemplata in epoca moderna – si ritrova a fronteggiare una emergenza sanitaria, strutturale ed economica senza precedenti. E all’improvviso tutto ciò che finora abbiamo dato per scontato, parte integrante del nostro vissuto quotidiano – uscire di casa per recarsi a scuola o al lavoro, ritrovarsi a cena con gli amici, fare sport, andare al cinema, prendere i mezzi pubblici – diviene potenziale rischio di contagio, di esposizione all’attacco di un nemico invisibile e beffardo che non tiene conto di censo, grado di istruzione, ricchezza.
Ci ritroviamo impauriti, impreparati, attoniti di fronte all’ineluttabile realtà: la “bolla” di apparente invincibilità entro la quale abbiamo vissuto dal dopoguerra fino ad oggi sta scoppiando in un baleno, lasciandoci soli e nudi senza più le nostre convinzioni forti di occidentali privilegiati, globalizzati, evoluti e tecnologici ai quali certe situazioni non si sarebbero mai potute presentare. In due giorni l’Italia, colpita proprio nel cuore dell’area più benestante e produttiva del Nord, si è scoperta orfana dell’aura di invulnerabilità di cui il pensiero occidentale è intriso. Siamo fallaci; siamo mortali; siamo spaventati; siamo deboli di fronte al pericolo. In un attimo certe privazioni e restrizioni che nessuno di noi ha mai conosciuto – ma ben note a chi ha vissuto gli anni della seconda guerra mondiale – si palesano e ci precipitano in una surreale atmosfera di smarrimento al cospetto di coprifuoco, cordoni sanitari, confinamento, tute e mascherine protettive, militarizzazione del territorio, chiusura di plessi scolastici ed atenei, annullamento di competizioni sportive, e tra poco impedimento allo svolgimento delle normali attività lavorative. Siamo increduli: proprio qui, sotto lo sguardo benevolo della Madonnina, ci ritroveremo a rinunciare ai conviviali tipici della movida milanese? Avremo davvero paura di stringere la mano a chi ci si avvicina, eviteremo di fare la spesa al supermercato, mediteremo veramente di trasferirci al mare o in campagna per attendere che questa sconosciuta peste orientale svanisca, per non veder crollare le nostre superbe certezze, i nostri agi, le nostre borghesi abitudini, i nostri riti? La malattia è sempre fida compagna della paura; ma è anche, sempre, un bagno di umiltà che ci riporta alla condizione precaria del nostro esser carne, sangue ed ossa, beni provvisori e caduchi quanto lo scorrere del tempo. Tutto ciò che è ora, potrebbe mutare o scomparire domani. Ed eccoci a controllare timorosi il bilancio dei contagiati, immaginando i placidi paesini lombardi e veneti improvvisamente blindati nel silenzio lunare dell’isolamento. Non siamo pronti a vivere ciò che non abbiamo mai vissuto. Non siamo pronti a smentire le certezze patinate nelle quali siamo cresciuti. “Qui non può accadere”, è quel che abbiamo sempre pensato, e anche ciò che alcuni stolidi politici ci hanno ripetuto come un mantra propagandistico. Non siamo più al sicuro. Presto l’economia, già in difficoltà, presenterà il conto dei danni. Quel che fino ad oggi ci appariva scontato, nel balenare di luci urbane opulente, domani potrebbe svanire all’istante. E adesso non è più tempo di improvvisazione ed approssimazione: perché questa volta ci giochiamo il presente ed il futuro. Quale che sia il nostro destino, di cui avremo un assaggio nei prossimi giorni, una cosa è certa: una parte dell’anima saccente e tronfia dell’Occidente è morta, orfana del positivismo in un battito di ciglia. Il nostro ideale mondo tascabile, a portata di aereo e treno, ci ha traditi. La bolla è scoppiata: non ci resta che aprire gli occhi.
Per la prima volta, in tanti anni, ho sinceramente paura.
Buongiorno a tutti voi: l’Italia s’è desta?

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